La complessità del senso
20 11 2017

Valzer con Bashir

film_valzerconbashir.jpgVals im Bashir
Ari Folman, 2008
Animazione.
Cannes 2008, concorso.

Emozionante, coinvolgente. Spedito diciannovenne a sparare a Beirut e nella zona di Sabra e Shatila (prima guerra del Libano, 1982), l’israeliano Ari Folman, ora non più soldato e padre di tre figli, cerca nella memoria le ragioni dei propri turbamenti. La confusa esperienza dei terribili giorni del massacro operato dagli alleati cristiano-falangisti nel campo profughi riemerge per flash successivi e si chiarisce attraverso l’incontro con vecchi amici e commilitoni cercati e ritrovati da Ari per l’indagine introspettiva che dovrà ridare senso alla propria vita. Il regista, documentarista premiato fin dal suo film di diploma (Comfortably Numb, 1991), autore di alcune serie televisive e di due lungometraggi (Saint Clara, del 1996, ha aperto la sezione Panorama al festival di Berlino), prosegue qui nella ricerca espressiva cominciata con le brevi animazioni “documentarie” per la serie The material that love is made of (2004). Folman definisce il suo lavoro come “documentario animato”. L’originalità della soluzione tecnica (combinazione di animazione in Flash, animazione tradizionale e 3D), mentre serve alla resa di una visione estetica altrettanto originale, rafforza l’idea che, nel cinema, la questione “documentario” non sia risolvibile nel senso di una maggiore aderenza alla “realtà”, che appunto sarebbe “documentata”, rispetto ad altri generi. Specialmente in questo Valzer, il “documentario” non è che un modo, scelto dall’autore perché più vicino alla propria sensibilità-necessità espressiva, di raccontare una storia “vera”. La decisiva valenza estetica fa sì che il film trasmetta un senso della “realtà” che va oltre la vicenda personale/intima dell’autore e che tuttavia da essa trae la forza, anche ideale, per una professione non banale, artistica, di pacifismo – «La guerra è talmente inutile da non crederci», ha dichiarato Folman in un’intervista. La distanza tra la dichiarazione e il film si misura appunto in campo estetico. I 15 secondi finali, di immagini non animate che mostrano la disperazione dei profughi per il massacro, non aggiungono una virgola. La cifra grafica (ritmo di montaggio compreso) di Valzer con Bashir resta il principale elemento di costruzione del senso. Proprio nella capacità del regista di introdurci nella profondità della sua memoria – il film è intriso di una continua dialettica associazione-dissociazione – sta l’effetto rivelatore di una “realtà” storica ridefinibile in chiave personale. Se questo è un documentario, questo è un uomo.

Franco Pecori

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9 gennaio 2009