La complessità del senso
05 08 2021

L’incredibile storia dell’isola delle rose

L’incredibile storia dell’isola delle rose
Regia Sydney Sibilia, 2020
Sceneggiatura Sydney Sibilia, Francesca Manieri
Fotografia Valerio Azzali
Attori Elio Germano, Matilda De Angelis, Leonardo Lidi, Thomas Wlaschiha, Alberto Astorri, Violetta Zironi, François Cluzet, Fabrizio Bentivoglio, Luca Zingaretti, Fabrizio Rongione, Andrea Pennacchi, Roberto Raccavo.

Tratto da una storia vera trovata su Wikipedia: all’alba del mitico Sessantotto, la “follia” di Giorgio Rosa (Elio Germano), bolognese, giovane perbene i cui genitori avevano fatto tanti sacrifici per farlo laureare in ingegneria. Vediamo Giorgio con la sua automobile, costruita da solo per la tesi di laurea. Strana ma funzionante, la guida per le vie della città senza targa e senza patente. L’impatto, brusco, è con la polizia. Ma sarà solo l’inizio di un contrasto ben più pesante con la realtà sociale e politica, attraverso una visione utopica semi-involontaria, si potrebbe dire spontanea e a-ideologica, tanto entusiastica quanto paradossale. Mentre sulla spiaggia riminese, con il boom del “soggiorno” turistico, il problema principale si consolidava nella gestione degli spazi in concessione, Giorgio andò oltre, cercò di costruirsi addirittura un mondo tutto suo. Altro che automobile. A sei miglia da Rimini verso la costa dei comunisti, fuori dalle acque territoriali, l’Adriatico lasciava spazio per la costruzione, in proprio, di una piattaforma di “libertà”. Con i soldi dell’amico Maurizio (Leonardo Lidi), altro neoingegnere – soldi sottratti accusando di furto i lavoratori calabresi dell’impresa del papà -, nasce in modo “artigianale” e autonomo l’Isola delle Rose. W.R. Neumann (Thomas Wlaschiha), tedesco esperto nelle animazioni da spiaggia, si sente coinvolto e partecipa con entusiasmo al “popolamento” della piattaforma. Arrivano giovani allegri e spensierati, vogliosi di ballare  il twist. Manca un bar, ci pensa Franca (Violetta Zironi), disoccupata e incinta da paternità non conosciuta. Sarà la prima e più convinta a farsi avanti, nel sottofinale, per la coraggiosa difesa dell’isola. Sì, perché l’impresa di Giorgio e compagnia andrà a scontrarsi col potere costituito. Luca Zingaretti e Fabrizio Bentivoglio si divertiranno molto – trapela l’ammiccamento -, nei panni di Giovanni Leone e di Franco Restivo – a sbrogliare la matassa istituzionale. Leone si consulta col Vaticano (Giulio Farnese è il Cardinale Emanuele Nunziante). Fanno la loro figura anche Francesco Cossiga (Luca Della Bianca) e Giulio Andreotti (Marco Sincini). Il problema arriverà fino a Strasburgo, al Consiglio d’Europa, passando addirittura per l’Onu. A difendere lo stralunato protagonista penserà soprattutto la sua ragazza di sempre. Gabriella (Matilda De Angelis) lo ha lasciato e sta addirittura per sposare un altro, ma lei è avvocato. Soprattutto, calamiterà Giorgio verso una scelta affettiva più consona al contesto reale. Sydney Sibilia, regista passato al setaccio dell’animazione turistica, del fast food londinese, della pubblicità milanese, quindi ai minispot e alla visione cinematografica “grande” dello Smetto quando voglio (trilogia sul problema del rapporto critico studio/ricerca/lavoro), stende un velo leggero di commedia sorridente sul tema “impossibile” del confronto tra libertà dell’individuo e contesto istituzionale. Nientemeno. Si toccano momenti di tematica “alta”, come l’imbarazzante intervento dell’incrociatore Andrea Doria della Marina Militare per annientare l’Isola  delle Rose a colpi di cannone, con il rischio di contraddire la Costituzione italiana. Ma si accetta anche la risoluzione apparentemente meno implicativa, lasciando al secondo ingegnere, Maurizio, il compito di rispondere alla domanda sul motivo della costruzione di quella incredibile piattaforma: “Per lo stesso motivo per cui un cane si lecca i testicoli”. Alberto Sordi se ne sarebbe uscito, nella sua propria sapienza “estesa”, con un risolutivo “e sto a scherza’ “. Sibilia invece si arrischia in un’estensione implicita che non lo ripara del tutto dalla protezione paradossale. Inutile, in questo senso, il contegno insolitamente disinvolto del protagonista, impegnato in un’interpretazione senza punte provocatorie. Il suo “destino” Giorgio se lo gioca con disinvoltura, demandandone la responsabilità al contesto, pur non rinunciando all’autorialità dell’iniziativa. Presidente dell’Isola delle Rose sì, ma – sussurra Giorgio al padre (Andrea Pennacchi) – il governo e i cittadini sono, in fondo, degli hippies. Una presenza più “arguta” che programmatica. Sulla piattaforma, vita vera e propria non se ne respira, qualche accenno di nuova quotidianità è travasato sul versante del simbolismo tematico. Da tutto il mondo arrivano persone a chiedere cittadinanza? Prendiamolo come un invito non pressante a pensare. La faccenda rischia di divenire internazionale, ma si ferma al di qua dell’Universale, prima che la scrittura del film debba rinunciare a una più che discreta posizione ideale, “né di destra né di sinistra”. Nell’Isola delle Rose non ci sono regole? Chissà cosa vorrà dire. “Il bianco è bianco, il nero è nero, nessuno mi imbroglia più”, canta Caterina Caselli sui titoli di coda. Fosse vero. Intanto, in epoca di pandemia da Covid19, la distribuzione via Netflix non sarà d’impatto indifferente.

Franco Pecori

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9 dicembre 2020