La complessità del senso
17 11 2017

Racconto di Natale

film_raccontodinatale.jpgUn conte de Noël
Arnaud Desplechin, 2008
Catherine Deneuve, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud, Chiara Mastroianni, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Hippolyte Girardot.
Cannes 2008, Catherine Deneuve (ex-equo con Clint Eastwood) Premi Speciale della Giuria. Pesaro 2008, Premio del pubblico.

A Roubaix (Francia) la famiglia borghese può essere una macchina complicata, a volte teatrale e letteraria. Sottoposta a trapianto cinematografico, può trasformare il trattamento dei sentimenti in un gioco merlettato da cui traspare in lontananza un residuo di Nouvelle Vague ma che non risolve la necessità del dramma di placarsi o comunque risolversi in una catarsi. Genitori, figli, fratelli, cognati, nipoti si articolano in un intreccio di responsabilità caratteriali “vissute” con grande abilità da attori eccellenti, disponibili al gioco della commedia umana e, oltre, alla presa diretta di un cinema-verità ormai, dati i decenni, digestivo. Il risultato è un film che offre arguzia e piacevolezza in quantità sapientemente misurate e comparate con esperienza drammaturgica. La riunione natalizia di famiglia è dovuta ad un raro e intricatissimo caso di urgenza medica. Mielodisplasia. La necessità di un trapianto di midollo di difficile compatibilità accomuna i parenti più o meno diretti in una “gara” convenzionale per il salvataggio della vita di Junon (Deneuve) e li convoglia verso la scadenza rituale, a cui ciascuno porta altre e diverse “malattie” (disturbi, mali di vivere). Desplechin segue il filo con cui aveva già intessuto l’apprezzato Rois et reine visto a Venezia nel 2004 e uscito nel 2006 (I re e la regina), gestendo visibilmente le riprese con lo spirito che fa del set cinematografico un luogo dove il cinema vive insieme agli attori. I francesi ne vanno matti e anche il pubblico della Mostra di Pesaro ne è stato entusiasta. Il Premio Speciale della Giuria di Cannes a Catherine Deneuve (ex-aequo con Clint Eastwood) ha per altro sancito una “universalità” di certe prestazioni pur così distanti tra loro. Ma tornando al filo del fine tessitore, colpisce il legame interno tra il personaggio di Henri, macchia nera della famiglia, scacciato dalla sorella Elizabeth (Consigny), la quale ne paga tutte le insolvenze pur di non rivederlo mai più, e l’altro del citato Io e la regina, quell’Ismael tanto strano da dover essere curato in ospedale psichiatrico. Amalric ne impersona in entrambi i casi il carattere in maniera così organica e riconoscibile che, da sole, le due performances basterebbero a legittimare le nobili esercitazioni del regista. Attorno ad Henri ruota tutto il film perché si tratta di stabilire se tutti gli altri dicono e fanno cose “vere” o se le loro “bugie” evidenziano la “normalità” di Henri. Il quale tiene con la sua stranezza/sincerità/stravaganza i fili del destino altrui. Identità, sostituzioni, follie trasversali, alienazioni collettive, corrosione familiare, confessioni e rifiuti continui, sbandamento di senso, metafora del trapianto (scambio di vite, di sentimenti contrastanti, di storie opposte che vengono dalla stessa radice). Tutto fila nella prospettiva drammatica mentre sussiste una venatura sarcastica che suggerisce commedia. La leggerezza fa capolino ed evidenzia il dramma. È un film che potrebbe non finire mai. Ma «Pensate che avete soltanto dormito e tutto tornerà com’era».

Franco Pecori

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5 dicembre 2008