La complessità del senso
24 11 2017

Come Dio comanda

film_comediocomanda.jpgCome Dio comanda
Gabriele Salvatores, 2008
Alvaro Caleca, Filippo Timi, Elio Germano, Fabio De Luigi, Angelica Leo, Alessandro Bressanello, Vasco Mirandola, Carla Stella.

Fuga per la tangente. “Obbiettività” e tragedia non vanno molto d’accordo. Vi immaginate uno Shakespeare cerchiobottista? Salvatores, dopo il bellissimo Io non ho paura (non vogliamo credere che quel film vada “riletto”), costringe Germano a diventare lo scemo del villaggio (per un capocantiere che preferisce dare lavoro agli extracomunitari). L’attore, dopo tanti “nervosismi” approda ad una vera e propria follia. Niente di male, se non fosse che rischia di essere lui la chiave interpretativa del film. Tuttavia se si sta attenti, la problematica del rapporto padre/figlio, racchiusa in un sistema di idee “nazi”, resta centrale. La follia, soprattutto teatrale, serve per switchare i noduli del racconto, quando questo si farebbe duro e richiederebbe chiarezza di idee.  E non è l’ambiguità dell’arte, è la tangente (fuga). Lasciamo stare Niccolò Ammanniti e il Premio Strega. Se da un libro fai un film, la responsabilità diventa tua. Da una parte il regista “denuncia” il comportamento del padre, che educa il figlio a tenere segrete le idee fasciste con cui lo plagia (non è politica, siamo più all’interno): «Quello che ci diciamo – ordina Rino (Timi) a Cristiano (Caleca) – non lo devi dire a nessuno». Dall’altra lo inizia all'”amicizia” con la pistola e alla virilità dell'”autodifesa” contro chi può fargli del male. O, ancora più elementare: la ragazza pescata in un locale e portata a letto scopre che Rino è “nazista” quando lui, dopo averla praticamente violentata, si accorge che lei porta sul braccio i segni della droga; e d’altra parte, Cristiano resta turbato nel vedere che le amiche di scuola si divertono a “rubare” in un negozio.  Chi si occuperà di questi personaggi in cerca di una dimensione reale? Non basterà certo un’assistente sociale (De Luigi), pur consapevole della propria inadeguatezza. È quel rapporto “vizioso” di un padre e di un figlio, “soli” nella società (per la precisione il Nordest italiano) incomprensiva e ingiusta, è quello il problema: un problema che cerca invano soluzione in una catarsi assente dalla scena accentuata e stressata in punte di interminabile contorcimento sotto la pioggia e nel fango del bosco notturno. Una tragedia prigioniera delle virgolette resta nel mezzo, indecisa. Inutile tirare in ballo Dio.

Franco Pecori

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12 dicembre 2008