La complessità del senso
17 11 2017

Twilight

film_twilight.jpgTwilight
Regia Catherine Hardwicke, 2008
Sceneggiatura Melissa Rosenberg
Fotografia Elliot Davis 
Attori Kristen Stewart, Robert Pattinson, Billy Burke, Taylor Lautner, Michael Welch, Justin Chon, Peter Facinelli, Kellan Lutz, Christian Serratos, Elizabeth Reaser, Nikki Reed.

Twilight (crepuscolo) è anche provincia. Bella Swan (Stewart) va a stare col padre nella piccola cittadina di Forks (Washington), dopo che la madre si è risposata a Phoenix (Arizona). Dal sole alla pioggia. Charlie (Burke), il padre, è il capo della polizia. Per prima cosa, mentre conduce a casa in macchina la figlia, nota che i suoi capelli sono ancora troppo lunghi. Poi a scuola, al corso di biologia, la ragazza conosce Edward (Pattinson), il più bello di una famiglia, i Cullen, i cui membri misteriosamente vivono sempre tutti insieme. L’attrazione è immediata. La frequenza dei primissimi piani dei due giovani aumenta a dismisura. Passano i giorni, succedono cose strane. Bella scopre antiche leggende sui Cullen. «Quanti anni hai?», «Diciassette», «Da quanto tempo hai 17 anni?», «Da un po’», «Io so cosa sei». Bella è come una droga per lui: «La qualità preferita della mia eroina». Il leone s’innamorò dell’agnello. E Bella è innamorata del vampiro. Nella stanza di Edward, Claire de lune di Debussy (1882), dolce momento, strana normalità. Al bacio si arriva dopo un’ora e un quarto. I due ragazzi non possono perdere il controllo perché il vampiro che è in Edward è sempre in agguato. Ma non è tanto questo il problema. È che vi sono d’attorno altri vampiri. Però ora Bella sta con Edward e i Cullen la proteggeranno perché la famiglia va protetta. Il film ora piega un po’ nell’ovvio, introduce elementi di altri generi, utilizza effetti stravisti. Perfino il duello di Edward con il vampiro veramente cattivo non interessa più di tanto. Poi la suspence finale e il film si apre ad un seguito infinito. Bella vuole Edward, lui è disposto a resistere alla tentazione di morderla e farla uguale a sé. Ma se lei accetta di vivere e invecchiare normalmente il suo amore non potrà essere eterno. Pensa: «La morte è serena, facile, la vita è più difficile». Deciderà di vivere? Un miscuglio così, di romanticismo e di sfrontata retorica giovanile, viene da lontano. È un trasparente portato della rivoluzione incompiuta e mancata del Sessantotto. Sembrò, allora, che finalmente si potesse alzare il velo di un linguaggio e di un comportamento stracotti per parlare/agire in maniera diretta, spazzando via le mitologie e le falsità della cultura borghese e di potere. Via le religioni, unica fede la sincerità e l’autenticità di una vita libera. Oggi, che l’intercalare “cazzo” è usato anche dalle signore che vanno a fare la spesa in suv, gli adolescenti sentono il fascino della morte, resuscitano l’armamentario vampiresco come  chiave risolutiva del disagio in cui, di nuovo, la società li costringe a vivere. Tangenzialmente alle pseudoideologie settarie che indicano forme aldilà quali rifugi provocatori e salvifici rispetto alle incomprensioni alienanti del quotidiano, la comunicazione per via sanguigna è scambiata con l’amore, ultima e primaria esigenza non ancora spudoratamente confessabile. Il vampiro protegge dall’odio, salvaguarda dall’altruismo ovvio, trasmette un consenso segreto, esige in cambio il dono estremo della vita. Il cinema se ne approfitta e coglie il successo. In maniera dolce, come sa fare Catherine Hardwicke, una regista che, dopo Thirteen e Nativity, di giovani e di famiglia se ne intende.

Franco Pecori

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21 novembre 2008