La complessità del senso
21 09 2017

Stella

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Stella
Sylvie Verheyde, 2008
Léora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Melissa Rodriguès, Laëtitia Guerard, Guillaume Depardieu, Johan Libéreau, Jeannick Gravelines, Thierry Neuvic, Valérie Stroh, Anne Benoît, Christopher Bourseiller. 

“Fare il diavolo a quattro” era il senso de I 400 colpi. A mezzo secolo dal primo film di François Truffaut, l’inquietudine di Stella (Barbara) lascia piuttosto tranquilli. La bambina undicenne di Sylvie Verheyde non marina la scuola, non ruba per fare una scappatella al mare, non sa nemmeno cosa sia il riformatorio. Dev’essere perché gli anni Settanta – qui siamo nel 1977, in un quartiere popolare di Parigi  -, tutto sommato, sulla scia del ’68, saranno stati meno duri dei Cinquanta vissuti da Antoine Doinel. Meno disperato, più “vero” e per questo un tantino anche banale nella sostanza del contenuto, il film presentato a Venezia 2008 (Giornate degli Autori) punta sulla poesia della normalità triste, sulla pacifica portata pedagogica di un’autobiografia scritta con il lapis, benissimo recitata da una strordinaria piccola attrice, che dona al racconto la sensibilità espressiva necessaria per mantenerlo sul filo di una verosimiglianza estetica. La voce fuori campo, della stessa protagonista, “legge” le didascalie che spiegano, non richieste, le ragioni del comportamento. Il film procede senza averne bisogno. E però anche senza produrre sviluppi che vadano al di là delle annotazioni diaristiche. Indecisa tra letteratura minima e realismo intimista, la regia passa per fortuna la mano alla vita stessa della bambina, la quale, dinanzi alla cinepresa, in modo dolce e naturale, lascia intendere più di quanto le sequenze indichino. Ciò vale sia per i rapporti con gli adulti – la madre e il padre gestori confusi e infelici di un bar “operaio”, i frequentatori del locale un po’ ambigui figuranti schiacciati da un destino opprimente, gli insegnanti a scuola in bilico  sull’abisso dell’alienazione strutturalista, la borghesia cittadina che se ne accontenta affidando loro i propri figli – sia per l’amicizia, nuova e delicatamente “rivoluzionaria”, con Gladys (Rodriguès), figlia di uno psichiatra ebreo esule dall’Argentina. L’incontro delle due bambine è un incontro di linguaggi diversi, di livelli sociali diversi, un incontro che trova un denominatore comune nel momento evolutivo di due psicologie, di due sensibilità disponibili ad accogliere in sé le “novità” dei giorni, schivando la tipicità dei dettagli. Sicché l’indecisione creativa tende a farsi ambiguità e ricchezza di senso, a promettere altre storie discrete.

Franco Pecori

 

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5 dicembre 2008