La complessità del senso
26 09 2017

Dreamgirls

film-dreamgirls.jpgDreamgirls
Bill Condon, 2006
Jamie Foxx, Beyoncé Knowles, Eddie Murphy, Anika Noni Rose, Jennifer Hudson, Keith Robinson, Hinton Battle.

Negli anni ’60, quelli della rivolta nera a Detroit, tra le istanze del Black Power c’è anche la riconquista della musica, il tentativo della musica afroamericana di riscattarsi dal dominio commerciale dei bianchi. Razzismo mischiato agli affari. Ma parlando di musica di deve passare per il sound e per un’estetica che viene da radici culturali diverse. E’ proprio nel sound il segno del cambiamento. Nei quartieri popolari, i musicisti e i cantanti aspiranti al successo frequentano i concorsi per dilettanti, dove i piccoli impresari si “arrangiano” per lanciare le loro scoperte. Il problema è fare il salto decisivo. Scovati i nuovi talenti, bisogna incidere il 45 giri e imporlo nei canali radio, nelle classifiche. Il sound originario, quel misto di Soul, Blues, Rock e Jazz, deve trasformarsi in qualcosa di più soffice, più gradevole all’orecchio dei bianchi, qualcosa che abbia la giusta “qualità” per essere proposto alla ribalta di Miami, per esempio. Tutto questo comporta sacrificio umano. Lo vediamo in questo musical, che racconta la storia di Deena Jones (Knowles), Lorrell Robinson (Rose) e Effie White (Hudson), le tre ragazze che diventano le Dreamgirls dopo essersi affidate al manager Curtis Taylor Jr. (Foxx). Ciascuna di loro lascia pezzi di anima lungo il percorso, durissimo. Ne sa qualcosa anche James Thunder Early (Murphy), cantante sregolato, che per resistere si dà alla droga e ci rimette le penne. Storie anche d’amore, ovviamente, giacché la musica è soprattutto sentimento, sensibilità. Il regista dosa con misura tutti gli ingredienti, confezionando un bel prodotto, che, pur non trascurando il lato novellistico, mantiene la dignità di discorso/denuncia musicale. Il film si può poi leggere anche come metafora, più complessiva, del sogno di un’intera società, che per realizzarsi deve mantenere i piedi per terra e cioè svanire nella vita reale. Durante il film si ascolta buona musica (i supervisori, Randy Spendlove e Matt Sullivan, hanno già dato prova di sé, per esempio in “Chicago”). E appropriato è anche il montaggio, di quelli “un’inquadratura un respiro”, a mitraglia.

Franco Pecori

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26 gennaio 2007