La complessità del senso
17 12 2017

Max Payne

film_maxpayne.jpgMax Payne
John Moore, 2008
Mark Wahlberg, Mila Kunis, Beau Bridges, Ludacris, Donal Logue, Chris O’Donnell, Joel Gordon, Kate Burton, Marianthi  Evans, Amaury  Nolasco, Rico Simonini, Ted Atherton.

Operazione formalmente riuscita. Il trasferimento sullo schermo cinematografico del videogioco nato nel 2001 come “sparatutto”, ha rispettato le esigenze del mezzo. Adeguatamente libera, come non può non essere quasiasi traduzione di espressione artistica, sia in un’altra lingua sia in un altro linguaggio, la scena del film (scenografia di Daniel T. Dorrance, fotografia di Jonathan  Sela) ha un buon grado di autonomia, il mondo in cui veniamo proiettati è una specie di incubo “notturno” che lascia spazio ad un immaginario di sofferenza, aggressività, dolore, violenza. E fa venire una gran voglia di riscatto morale. Thriller, horror e azione si intersecano dall’inizio alla fine, si aprono voragini di angoscia, si chiudono segreti di traffici inconfessabili mentre Max Payne (Wahlberg) ci chiama ad affrontare con lui durissime prove contro i “cattivi” della droga. Ma non è la solita droga con le solite mercificazioni assassine. Questa volta il tema, che emerge non subito e al dunque si rivela importante più della vicenda in sé, riguarda nientemeno che un esasperato concetto di “addestramento” dei militari americani a superare la paura nella guerra al terrorismo. Addestramento “chimico”. È infatti una casa farmacologica ad essere incaricata di sperimentare una certa sostanza su alcune cavie. Senonché, le dosi risultano eccessive e producono esaltazioni allucinogene. Ne nasce un’organizzazione malvagia e spietata. Le implicazioni narrative sono non semplicissime, ma un giusto dosaggio di “azione” evita che divengano ingombranti. Il film è come racchiuso tra due parentesi, quella di apertura con Payne sott’acqua che sta annegando e dice tra sé: «Io non credo nel Paradiso, credo nel dolore, nella paura, nella morte»; e quella di chiusura, con Payne che quasi ci ripensa: «Non so se c’è il Paradiso, ma credo negli angeli». In una “soggettiva” liberatoria, dopo lo stress più violento in cui si consuma la vendetta più “giusta”, Max “vede” la moglie e la figlioletta, che i cattivi hanno massacrato orrendamente in preda alle dosi. Payne, poliziotto piombato da allora in una grave crisi personale, ha voluto portare a termine l’indagine che non era riuscita ai suoi colleghi. Gli è costata una terribile fatica e qualche ferita. Non ci dispiace che vi sia riuscito. Peccato che abbiamo dovuto  pagare il tributo non necessario al primato della “famiglia” nella scala dei valori che valgono qualsiasi sacrificio. La guerra al terrorismo è bene che non superi i limiti di un uso “umano” dei mezzi. Certo, ma alla fine, chi se ne ricorda più?

Franco Pecori

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28 novembre 2008