La complessità del senso
07 12 2019

Downton Abbey

Downton Abbey
Regia Michael Engler, 2019
Sceneggiatura Julian Fellowes
Fotografia Ben Smithard
Attori Hugh Bonneville, Elizabeth McGovern, Michelle Dockery, Laura Carmichael e Dame Maggie Smith, Joanne Froggatt, Matthew Goode, Jim Carter, Brendan Coyle, Kevin Doyle, Harry Hadden-Paton, Rob James-Collier, Allen Leech, Phyllis Logan, Sophie McShera, Lesley Nicol e Penelope Wilton, Imelda Staunton, Tuppence Middleton, David Haig, Kate Phillips e Stephen Campbell Moore, Simon Jones, Geraldine James, David Haig.

Tutto bene, no? Brexit o non Brexit, la vita continua. Di tutti? Di sicuro dei  Crawley e della loro tenuta di sogno (inventata secondo verosimiglianza), Downton Abbey. Ah lo Yorkshire, oh la campagna inglese: paradiso verde di composizione dei contrasti, basta un’occhiata al prato e al perfetto settaggio della via che guida i passi verso la magione per capire che lì il mondo respira, risolve, gode di sé, trionfa nella sua piena umanità d’epoca (qui nel film di Michael Engler siamo nel 1927, proprio nel punto in cui s’è interrotta la serie di sei “stagioni” televisive britannico-statunitensi, ambientate tra il 1912 e il ’26), ma l’arte potrà rendere universale quella complessiva moralità. Invero, con quel che potrà costare ormai il mantenimento del castello – la location è Highclere Castle, magione costruita nel XVIII secolo -, una qualche tentazione di passare la mano, vendere e trasformare Downton in una sede di attività redditizie e magari anche socialmente utili, un pensierino a Lady Mary Talbot (Michelle Dockery) viene. E però si tratterebbe di esagerare. Senza voler fare rivelazioni sconvolgenti, prefiguriamo l’intervento definitivo di Violet Crawley (Maggie Smith, nella realtà Dama dell’Impero Britannico), anziana di casa, per il rilancio orgoglioso in funzione continuativa. Insomma, sarà proprio la nipote Mary, sull’onda di una commozione trattenuta e nel pieno rispetto della visione conservativa, a riaprire il discorso mai chiuso. Il resto rischia di essere noia, almeno per i seguaci della premiata serie. Ma siccome siamo nel film, diciamo subito che l’aspetto più interessante del dislocamento mediatico non è tanto in un confronto tra linguaggi diversi – Tv/Cinema -, al massacro progressivo della cui diversità assistiamo ormai di giorno in giorno grazie all’uso usuale della fruizione, ora anche nel rimescolamento festaiolo che li rende indistinguibili “di fatto”, ma è piuttosto nel lavoro di sintesi che qui il film/cinema si è imposto, dovendo confezionare un testo di durata standard (122 minuti). Il film, in quanto opera, trova difficoltà a dare una dimensione compiuta allo sviluppo narrativo. Michael Engler ritaglia piuttosto una situazione e la carica di valori sul filo del paradosso: quasi una trovata per definire il perimetro diegetico. Arrivano i reali, Giorgio V (Simon Jones) e la Regina Maria (Geraldine James). Sosteranno a Downton durante un viaggio. Hanno il loro seguito, il che comporta un confronto “drammatico” tra le due squadre di servitori. Quelli di casa vengono trattati con superbia e trovano il modo di “vendicarsi”. La vicenda è architettata bene e diviene la sostanza del film. Viene meno, ovvio, la portanza seriale della materia. L’armamentario scenico perde di consistenza, i singoli caratteri poggiano sulle possibilità referenziali affidate al pregresso (le “stagioni” televisive). Inutile la “digressione” politica dell’attentato al re, squilibrata la “finestra” sull’omosessualità maschile. Tuttavia emerge il buon livello professionale di tutte le componenti, non solo gli attori, capaci di sostenere l’essenziale ironia del determinante elastico dramma-commedia, bensì la regia: solida e senza inutili invenzioni “creative”, volta piuttosto a bloccare in quadri esaurienti la prevedibilità delle motivazioni. Al dunque, un tentativo interessante per il discorso basico, che nasce fin dal primo strutturarsi del cinema in “generi”, un discorso sempre e ancora da farsi, specie dopo l’Adieu au Languagedi Godard. Tra serie e genere, una bella partita. Dalla ripetizione l’invenzione, non solo il seguito. Speriamo che sia così. [Festa del Cinema di Roma 2019, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

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24 ottobre 2019