La complessità del senso
19 11 2017

The eye

film_theeye.jpgThe Eye

Oxide e Danny Pang, 2003

Lee Sin-Jie, Lawrence Chow, So Yut Lai, Candy Lo, Ko Yin Ping, Edmond Chen.

 

Il nuovo orrore viene da Hong Kong. Sensazioni forti, forma “facile”, ingenuità esibita ammiccando a possibili spessori. In sostanza, un cinema “primitivo”, che fa pensare al “muto”, anche espressionista, per ottenere un effetto metafora, buono soprattutto per il pubblico giovane, meglio se cinefilo. Quasi superfluo indicare il contenuto. Semplicissimo. Divenuta cieca da piccola, Mann (Lee Sin-Jie), dopo un trapianto di cornea, comincia a “vedere” in un altro modo, allucinazioni e incubi da un mondo che non sembra essere il suo. Il passaggio dalla “realtà” esterna a quella “interiore” avviene grazie ad un certo potere del cinema – almeno, tale lo credono alcuni: di poterci mostrare ciò che il nostro occhio normalmente non può vedere. Esperto di post produzione, Oxide Pang, il primo dei due fratelli registi, dà una bella mano a Danny. Di particolare efficacia l’impatto del sonoro, che a tratti entra prepotentemente nello spettatore, rendendolo vulnerabile all’invasione del senso.   «La felicità – dicono i Pang – non è tutto nella vita. Anche la sofferenza è un dono molto speciale. Scartatela e ingeritela, assaggiate il massimo del dolore». Niente paura, è solo un film.

 

Franco Pecori

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16 maggio 2003