La complessità del senso
23 09 2017

Primo amore

film_primoamore.jpgPrimo amore

Matteo Garrone, 2003

Vitaliano Trevisan, Michela Cescon.

 

Dopo l’Imbalsamatore (2002), il cancellatore. Vittorio, il protagonista di Primo amore, usa il metodo della cancellazione per cercare l’essenziale. Orafo, vede nella stessa lavorazione del metallo giallo la filosofia della vita come processo di sottrazione. E lo applica materialmente a Sonia, la donna che conosce con un annuncio e che spinge verso l’incubo dell’anoressia. Una sorta di artigianato dell’estetismo. Vittorio si chiude con Sonia in una “torre” nel Veneto, isolata dal mondo, e consuma la sua vicenda perseguendo l’utopia di una perfetta e paradossale armonia corpo-testa. «C’è la testa non c’è il corpo, c’è il corpo non c’è la testa», ripete penosamente Vittorio. La cinepresa segue la traccia di una sintassi “sottintesa”, evidenziando una ricerca insistita di novità nella costruzione della metafora. Chi ama il cinema classico dirà che la vera “sottrazione” è in Ombre rosse. Ma la questione è, in un certo senso, più semplice: lo psico-zoom di Garrone è così ravvicinato che il metodo si confonde con la materia e il film sembra destinato a diventare una chiave filosofica speciale per un’estetica della vita. Si rischia il dibattito. Bravissimi i due attori, fino al limite del virtuosismo.

 

Franco Pecori

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13 febbraio 2004