La complessità del senso
07 12 2019

La casa di Jack

The House That Jack Built
Regia Lars von Trier, 2018
Sceneggiatura Lars von Trier
Fotografia Manuel Alberto Claro
Attori Matt Dillon, Uma Thurman, Bruno Ganz, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Jeremy Davies, Ed Speleers, David Bailie, Yoo Ji-tae, Osy Ikhile, Marijana Jankovic, Christian Arnold, Robert G. Slade, Jerker Fahlstrom, Alice Nordmark, Carina Skenhede.

Sarebbe da farsi il discorso sui limiti del confine tra psicopatologia e normalità. Restando nel cinema, pensiamo almeno alla re-cinzione (ri-legatura, re-ligione) proposta da un genere come il cosiddetto horror, entro cui diamo per buono tutto ciò che accade di misteriosamente straordinario e che accettiamo per verosimile in quanto cinema. Sicuri del limite convenzionale di quel sistema espressivo, godiamo della finzione e ne trascuriamo il portato analitico, individuale e collettivo, diciamo anche sociologico. Se nel discorso intervenisse il piano filosofico (teoretico), a mettere in gioco la facoltà del giudizio, il livello estetico del godimento si estenderebbe, in orizzontale e in verticale, fino a trasferire l’apprezzamento in un circuito tanto meno delimitabile nell’immediato quanto più estensibile nella sua necessità. E usiamo pure la parolina sconcia: la complessità di tale percorso risultò già chiara a Dante Alighieri, tanto che l’autore della Divina Commedia, nel tracciare il cammino dall’Inferno al Paradiso, avvertì il bisogno di appoggiarsi a Virgilio e cioè a una sponda autorevole in quanto culturale, ossia convenzionale, la quale garantisse una riconoscibilità della forma: la forma, il limite – in inglese, verge/Verge, sostantivo e nome proprio alla presenza di Bruno Ganz) -, limite da mantenere per un contenuto. E Dante tradusse il tutto in linguaggio volgare: Commedia e non Tragedia, italiano e non latino. Qui il volgare è cinema. E quando andiamo al mercato per comprare le mele? Stessa cosa. Sempre abbiamo un Virgilio che ci guida, ci mantiene nel limite, il solo livello di traducibilità (convenzionale, semiotica) della nostra vita. La consapevolezza di tale passaggio “attraverso” è il tema più interessante del film di Lars von Trier, il fondatore (con Thomas Vinterberg) di Dogma 95 e soprattutto l’autore di Le onde del destino (1996), Dancer in the Dark (2000) Melancholia (2011); e vincitore nel 2019 (aggiornamento) a Lamezia Terme del premio Ligea, per l’opera prima L’elemento del crimine (1984). Ora lasciando anche stare la stratificazione dei richiami pure tematici che un volto come quello di Matt Dillon può provocare al frequentatore di cinema – due o tre cose che si sanno: Rusty il selvaggio 1983, Drugstore Cowboy 1989, Tutti pazzi per Mary 1998, (insomma, un ribelle, spiritoso e pur sempre “cowboy”) – e restando a Jack, risulterà coerente e necessaria alla poetica del film la scansione del racconto in “paragrafi” (incidente 1, incidente 2… fino a 5), segnata da cartelli sul nero che introducono le sequenze relative agli omicidi operati dal protagonista, ossessivo compulsivo. Sarebbe da farsi il discorso. Prendiamo per buona la definizione del “disturbo” di Jack. Ci viene da curarlo? Prima ancora siamo invitati a capirlo, in quanto egli stesso si propone come “teorico” di sé. Costruisce la sua casa. Qualcuno potrebbe parlare di “coscienza”. L’importante è capirsi. L’importante è la possibilità che ci viene data di seguire Jack, di stargli accanto mentre gli “viene da fare” la cosa. Una voce parla con lui. La nostra? La voce di Verge/Virgilio che s’immedesima e si distingue, che ri-formula l’azione nelle sue ragioni implicative eppure dialettiche. I cartelli diventeranno, sul finale, capitoli di valore classico – catabasi, per esempio -, per l’ulteriore trasferimento al Tragico mitologico di una vita sofferta in prospettiva “leggibile”. Ovvio che, come in un film/cinema (e dunque opera) che si rispetti, l’attrazione estetica ci chiama ad un livello di immedesimazione – livello indeterminato, giacché la struttura del film segna un vistoso distacco dal naturalismo più o meno implicitamente “documentario”. Nulla di simile qui a un racconto “tratto da storia vera”. Gli “incidenti” che scandiscono la vita sofferta di Jack, realistici al loro interno (il Verosimile filmico), producono, per il loro orrore freddo (riflessivo), una catena di paradossi il cui nutrimento è una sorta di ironia implosiva che conduce fatalmente all’Inferno. La progressiva “discesa” si concluderà nel finale privo di speranza, in una rappresentazione “disegnata” con tratto artistico, quasi per una mostra d’Arte – tanto per togliere alla raffigurazione della casa di Jack (la vedremo) il pericolo di un travisamento di concretezza oggettuale, mentre invece si tratta di una casa impalpabile, dove si rischia di abitare una volta o l’altra, con i nostri morti. Opera di un architetto fallito per forza di cose. L’atteggiamento anche “paterno” di Verge, recinto per la lettura, non servirà a Jack per la sua salvezza. Potrebbe servire a noi, se trovassimo la forza di conservare nella memoria l’impressionante sarcasmo degli orribili “incidenti” che tanto hanno fatto soffrire il povero Jack. Incidenti così orribili da doverne indagare, noi stessi per la nostra sopravvivenza, la struttura profonda. Non semplici delitti, insomma, per quanto semplificabili, e semplificati all’apparenza. Ma poi, un delitto non è mai semplice, se non altro perché comunque seriale, strutturale. Segnalare la bravura di Matt Dillon? Un film così non si reggerebbe senza la consapevole partecipazione del protagonista. Non da meno il contributo di due “figure” come quelle di Uma Thurman – non una “qualsiasi”, ma Mia Wallace – e di Bruno Ganz – non uno “qualsiasi”, ma Jonathan e Adolf -. Jack ce l’ha anche con loro. [Cannes 2018, fc]

Franco Pecori

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28 febbraio 2019