La complessità del senso
18 09 2019

Mia Martini “Io sono mia”

Mia Martini “Io sono mia”
Regia Riccardo Donna, 2018
Sceneggiatura Monica Ranetta
Fotografia Alessio Torresi Gelsino
Attori Serena Rossi, Maurizio Lastrico, Lucia Mascino, Dajana Roncione, Antonio Gerardi, Nina Torresi, Daniele Mariani,Francesca Turrini, Fabrizio Coniglio, Gioia Spaziani, Duccio Camerini, Simone Gandolfo, Corrado Invernizi, Edoardo Pesce.”

Biopic, ma non siamo andati alla caccia della verosimiglianza col referente – il vecchio realismo come “rispecchiamento” (oggi si dice “storia vera”) -, magari sul tipico stile Raiuno della suspence “translucida”. Piuttosto, siamo soddisfatti dell’occasione, offerta dal film di Riccardo Donna (Un medico in famiglia 1998, Questo piccolo grande amore 2018), di apprezzare la cantante, artista come poche nella capacità di restituire all’ascolto la giusta e profonda valenza del testo (parole e musica), nel suo pieno portato culturale. Siamo stati i primi a chiedere ai cantanti del festival sanremese di eseguire “a cappella” brani delle canzoni. Nel 1992, Mia Martini nella sua camera d’albergo accennò per il Tg3 a qualche battuta della canzone che avrebbe cantato sul palco dell’Ariston, Gli uomini non cambiano. Le canzoni non sono le note scritte. Sul pentagramma la musica non c’è, vi sono “appunti” che segnano, suggeriscono una possibilità di esecuzione. Mia restò un attimo come a pensare, guardò prima fuori dalla finestra e poi ci guardò negli occhi e quasi sussurrò l’inizio della canzone. A posteriori, pensammo che il testo si sarebbe potuto riferire anche alle giurie del Festival, vinto quell’anno da Luca Barbarossa, sì, con Portami a ballare. Anche gli uomini delle giurie non cambiano.  E sarebbe stato più bello e più giusto, già nel 1982, che a Sanremo non si fosse avvertita la necessità di inventare un riconoscimento speciale (complessato), il Premio della Critica, che Mia Martini pure si aggiudicò con E non finisce mica il cielo. Resta comunque di quel trionfo il segno marcatamente affettivo della sofferta relazione di Mimì con l’autore, Ivano Fossati. Nel film, il personaggio prende la forma (ritrosia di Fossati) di Andrea (Maurizio Lastrico), un fotografo di scena incontrato per caso a Viareggio. L’incrocio fu sulle note, appena accennate al piano nel retropalco della Bussola, di un classico di Cole Porter, Every time we say goodbye, uno dei brani del repertorio di Ella Fitzgerald – la ragazzina Mimì, ancora tredicenne, lo cantava, chiusa nella sua stanza, facendo arrabbiare il severo padre, Giuseppe Radames Bertè. Due rapporti difficili, con due uomini che incisero in profondità sulla vita anche artistica di Domenica Rita Adriana Bertè. «Ti odio», disse la figlia al padre. La tensione fu insanabile fino alla sera del  grande successo di Almeno tu nell’universo, con il genitore seduto nella platea dell’Ariston (1989). In quel punto si chiude il racconto circolare di Io sono Mia. Mimì ha ricordato ella stessa i passaggi della propria vita in un’intervista a Sandra (Lucia Mascino), giornalista del settimanale Epoca, arrivata a Sanremo con l’ambizione di incontrare Ray Charles. Via via, gli inserti si coniugano con il colloquio, sempre più amichevole. La ricostruzione d’epoca è accurata, gli abiti, i luoghi delle esibizioni, dei ritrovi, la vita anche quotidiana, le serate. Specialmente nella fase degli inizi, dell’arrivo di Mimì a Roma con la madre e la sorella Loredana (Dajana Roncione), gli ambienti e gli amici definiscono bene i confini della scena. Sono gli anni ’60, resta fuori il Folkstudio di via Garibaldi dove si fa il free jazz, per Mimì c’è Renato Zero (altra ritrosia, Daniele Mariani interpreta un certo Toni). E fatalmente il talento della ragazza impatta con l’ingegno imprenditoriale di qualcuno che conta, Alberigo Crocetta (Antonio Gerardi), il produttore che sa intuire le possibilità e opera sul filo di collegamenti interni, tra valore estetico e “messaggio” da far arrivare a un settore del pubblico. Mimì diviene “ragazzina ye-ye”. Lo spettatore è messo nella condizione di capire certi meccanismi che piegano la musica alle leggi dell’ “immagine” e costruiscono il successo attraverso la tipizzazione. Nascono anche prodotti eccellenti, inutile fare l’elenco delle canzoni che Mimì, divenuta Mia Martini, incide e che sono nella storia della canzone italiana. Il merito del film è di lasciare sempre in chiaro l’intenzionalità artistica della protagonista, non limitandosi alla confezione, bensì ricostruendo, al di là del “simile al vero”, il filo dell’istanza culturale, della passione musicale, non divistica, della cantante, indisponibile a separare il proprio battito del cuore dall’autenticità dell’arte. Anche quando la sua voce cambia per un problema alle corde vocali – legato al piano emozionale di una vita spesa senza risparmio – Mia persegue la propria unicità, attingendo alle emozioni e donandole al dominio della tecnica espressiva. Mai un “esercizio” fine a se stesso. È il denominatore comune di pezzi come Padre davvero, Piccolo uomo, Minuetto. In Francia si parlò di Edith Piaf, ci fu anche una presenza di Aznavour. Importante il contributo di Lauzi e di Califano (bravo Edoardo Pesce a non fare il verso). Ma inutile elencare. Inutile anche tornare sulla mitologia negativa della “jella”. Certe miserie si ritorcono contro coloro che le praticano. C’è piuttosto da sottolineare la grande prestazione di Serena Rossi. Lontana dalla “imitazione”, l’attrice è entrata nel personaggio fino a farci partecipi di una vita vissuta in pieno. Non certo da sottovalutare la maestria tecnica (suono analogico) con la quale l’elaborazione immagine/sonoro restituisce una sincronia “calda”, perfetta, quando (spesso) la musica sale in primo piano. [Il film è nelle sale per soli tre giorni, 14-15-16 gennaio 2019. Poi, a febbraio, andrà in onda su Raiuno e Raiplay].

Franco Pecori

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14 gennaio 2019