La complessità del senso
17 11 2017

L’importanza di chiamarsi Ernst

film_limportanzadichiamarsiernst.jpgThe Importance of Being Earnest

Oliver Parker, 2002

Rupert Everett, Colin Firth, Frances O’Connor, Reese Witherspoon, Judi Dench, Tom Wilkinson.

 

Il nome, le cose. La distanza può essere molta, persino incolmabile. A volte, invece, parola e vita coincidono, tanto da rendere possibile un sogno. Nella Londra vittoriana di Oscar Wilde, il nome Earnest (Ernesto, che diventa, misteriosamente Ernest nel titolo italiano del film di Parker), fa sognare due giovani da marito, disposte a sposare un uomo per il solo fatto che il suo nome è, appunto, Ernesto. La parola significa “onesto”. Su questo gioco si basa la commedia di Wilde, lieve ed arguta. E tale resta nel film. Non staremo a riaffermare il valore del teatro di Oscar Wilde. Qui conta piuttosto apprezzare il lavoro del regista, il quale aveva già affrontato Wilde con la trasposizione di un’altra commedia (Un marito ideale, 1999) e che ora tenta coraggiosamente di rendere più    moderno l’Earnest di Asquith (1952). Non si tratta di chissà quale stravolgimento scenico. Costumi e ambienti sono quelli tradizionali. Parker opera sulla fluidità del montaggio, insistendo sulla simmetria, rispettosa e rispettata, dello svolgimento teatrale. E confidando, il che non è poco, sulla bravura di attori come Everett e Firth, perfetti Ernesti finti nella commedia degli ostentati e smascherati equivoci.

 

Franco Pecori

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7 febbraio 2003