La complessità del senso
24 09 2017

L’alba dei morti viventi

film_lalbadeimortiviventi.jpgDawn of the dead

Zack Snyder, 2004

Ty Burrell, Mekhi Phifer, Sarah Polley, Ving Rhames, Jacques Weber.

 

Quando all’Inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla Terra. Camminano, avidi di carne umana, feroci belve insaziabili. Basta un loro morso per essere condannati a morire e “rinascere” nella loro orribile condizione. Malgrado il chiaro riferimento al sottostante Zombi, di George A. Romero (1978) – ma ancor prima c’è il super cult La notte dei morti viventi, ’68 – l’esordiente Snyder (viene dalla pubblicità) avvia il racconto con una dose di suspence più che sufficiente, in una progressione non banale, sostenuta da un ritmo “essenziale”, con tagli brevi e non eccessivamente “nervosi”. Questi zombi sono cattivissimi. Hanno una rabbia che fa pensare ad una qualche colpa da scontare, che riguardi non solo loro. Il gruppetto di persone che si trova a doversi difendere, asserragliato in un megastore, non sembra “colpevole”. Si pensa ad un misterioso disegno esterno, ma di tesi non v’è traccia. La “cattiveria” non mostra la sua origine. Il film scende di un gradino ogni volta che si ferma a pescare sul versante “umano” dei malcapitati. Ma poi riprende la sarabanda degli attacchi bestiali. Si arriva al finale dopo atroci spettacoli. Ma non c’è un cielo ad attendere i protagonisti.

 

Franco Pecori

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23 aprile 2004