La complessità del senso
17 10 2017

King Kong

film_kingkong.jpgKing Kong

 Peter Jackson, 2005

Naomi Watts, Jack Black, Thomas Kretschmann, Colin Hanks, Jamie Bell.

 

Com’è umano King Kong! Più di tanti uomini, è generoso e sentimentale. Muore per “amore” di una bionda (Watts), turbata a sua volta dal bestione che la difende da feroci animali “preistorici”. Emerso dalla notte dei tempi, King Kong muore anche per la stupidità dei vampiri, che sfruttano il “mostro” esibendolo a teatro. E’ il senso principale della favola, risaputa ma riattualizzata dalla maestria spettacolare di Peter Jackson, già regista del Signore degli Anelli. Questo King Kong si può leggere a diversi livelli, senza che si attenui l’interesse. Legittima, anzitutto, la lettura ingenua: stupore per le situazioni estreme in ambiente “irreale”, fantastico. Speciale, poi, l’abilità di Jackson nell’uso di sofisticate tecniche come fossero “rudimentali” riprese d’una realtà lontana, mantenendo un’aura Anni Trenta, che dà al film la giusta prospettiva culturale. Terzo livello, le velleità cinefile del personaggio di Black, regista sospeso tra documentario e finzione e, in realtà, spietato cacciatore di occasioni di successo. Ancora possibile, ma consunta, la lettura psicoanalitica: la bella e la bestia. Ma è pur sempre un motivo sotterraneo, che l’inconscio non rifiuta.

 

Franco Pecori

Print Friendly

16 dicembre 2005