La complessità del senso
19 11 2017

L’ospite inatteso

film_lospiteinatteso.jpgThe visitor
Tom McCarthy, 2007
Richard Jenkins, Hiam Abbass, Haaz Sleiman, Danai Gurira.

L’ospite inatteso, tutt’altro che sgradito, può essere il film stesso. Ha fatto bene la nuova casa di distribuzione Bolero film a cogliere questo raro fiore al festival di Deauville, dove McCarthy ha trionfato. The visitor ha poi avuto un buon successo al Sundance (McCarthy aveva già vinto con The Station Agent, 2003) ed è infine piaciuto al pubblico americano che lo ha visto in aprile. La sorpresa è nella inusuale attenzione al non-detto, piccoli gesti, pause, silenzi che si accumulano e danno al film un senso talmente ricco e complesso, anche al di là della storia che racconta, da risultarne quasi impossibile un decente riassunto. «Una storia d’amore e di amicizia», dice il regista. Ma così potrebbe essere una storia qualsiasi. Invece, cinepresa (cioè occhio, sguardo) e montaggio (cioè stacchi e tempi) si fondono nell’espressione di una sensibilità semplice e raffinata, a cogliere gli elementi soggettivi e unici di una situazione che, a dirla, risulta fin troppo esemplare. Una giovane coppia di stranieri, il siriano Tarek (Sleiman) e la senegalese Zainab (Gurira), si arrangia a vivere senza permesso di soggiorno a New York. Walter (Jenkins), docente universitario di economia, se li trova in casa rientrando dal Connecticut per una conferenza. Vede che sono bravi ragazzi, non se la sente di cacciarli, proprio lui che tiene lezioni sui problemi dei “Paesi in via di sviluppo”. Il tema sarebbe di una banalità disarmante se il regista non trovasse una chiave di svolgimento “interna”. Tarek suona il tamburo africano (Djembe), una vera passione: è venuto a New York quasi per questo. Gli piace di battere il ritmo con le mani insieme ai compagni di strada. McCarthy ce lo fa ascoltare. Walter, così serio, introverso, quasi muto, “inadatto” alla musica (così dice la sua insegnante di pianoforte), resta affascinato dal pulsare dei tempi dispari e comincia ad andar dietro al suo ospite. A guardarli in giro per la città con i loro strumenti sembrano due bambini felici. Poi una volta, mentre vanno a prendere la metropolitana, Tarek resta incastrato col suo tamburo in un tornello e lo scavalca. Finisce in un centro di detenzione! Assurdo, ma non tanto nell’America di oggi. E non è facile tirarlo fuori. Walter ci prova senza molte possibilità. «È come in Siria», commenta desolata Mouna (Abbass), la madre di Tarek, venuta a cercare il figlio che da qualche giorno non si faceva più vivo con lei. Il regista osserva con discrezione poetica la nascita di un sentimento tra Walter e Mouna, un amore tenerissimo e disperato, che non potrà durare. La donna deve tornare al suo paese mentre il professore non ha più voglia di continuare il suo corso di lezioni, sempre lo stesso da 20 anni. Restano negli occhi gli interni  dell’Immigration and Customs Enforcement, dove Tarek passa incredulo i drammatici giorni che precedono la sua espulsione.

Franco Pecori

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5 dicembre 2008