La complessità del senso
25 09 2017

Quantum of Solace

film_quantumofsolace.jpgQuantum of Solace
Marc  Forster, 2008
Daniel  Craig, Olga  Kurylenko, Mathieu  Amalric, Judi  Dench, Giancarlo  Giannini, Gemma  Arterton, Jeffrey  Wright, David  Harbour, Jesper  Christensen, Anatole  Taubman, Rory  Kinnear, Joaquín  Cosio, Glenn  Foster, Paul  Ritter, Simon  Kassianides, Stana  Katic, Lucrezia  Lante della Rovere, Neil  Jackson, Tim  Pigott-Smith.

Lasciamo stare lo spunto, alquanto misterioso, del titolo da un racconto di Ian Fleming. Ma comunque glielo vogliamo concedere un “tot di sollazzo”? In fondo, anche se non dice mai di esserlo, anche se non pronuncia mai il fatidico «Bond, sono James Bond», l’agente che vediamo all’opera per la ventiduesima volta è ancora lui, proprio 007! Certo che M (Dench) si prende un grosso spavento, ad un certo punto crede di aver perso il suo agente preferito, il quale s’è lanciato in un vortice di inseguimenti alla ricerca di una vendetta – per la verità motivata un po’ sbrigativamente – dopo la morte di Vesper Lind. Ma sul finire, Bond rassicura M. A lei che lo supplica: «Ho bisogno che torni, Bond», risponde tranquillo: «Non sono mai andato via». Qualche dubbio, siamo sinceri, lo avevamo avuto anche noi: vuoi vedere che l’Agente 007, stufo dei mille intrighi e delle mille “ingiustizie”, perde la tramontana e si mette in proprio? Sembrava essere andato “fuori controllo”. Da Siena (sfizioso il contrappunto tra lo start del Palio e gli spari che danno il via ad altri scontri, molto meno “sportivi”) ad Haiti e alla Bolivia, la faccia di Bond è quasi sempre ammaccata, tumefatta e tutt’altro che ironica. Meno male che già dalla prima sequenza il regista ci ha avvertiti dell’imbattibilità assoluta del protagonista. E anzi, con uno stile digitale oltremodo surriscaldato (sembra una contraddizione in termini, digitale-caldo, ma la componente “letteraria” conserva alla coppia una sua coerenza interna), ci aveva fatto capire, senza mezzi termini, che la storia di Bond è ormai cambiata, siamo in un’altra dimensione, meno romantica, più fumettistica e più meccanica. Già, proprio ora che, a partire da Casino Royale, si era riandati all’inizio, come al-di-qua di Bond/Connery. Craig è bravo, ma è soprattutto obbediente a trasformarsi in un quasi-robot. L’accelerazione del montaggio non ci dà la possibilità di attribuire un qualche senso che non sia strettamente legato alla dinamica nemmeno dei “fatti” ma dei meri accadimenti. Eppure, per paradosso, ne nasce un’astrazione che, fortunatamente, attenua le non-necessarie giustificazioni contenutistiche (le schematiche e, nel contesto, fastidiose uscite della sceneggiatura sul nuovo quadro politico mondiale), per cui il “cattivo” Greene (Amalric) punta al possesso dell’acqua, noncurante dell’avvento dell’ennesima dittatura in Sudamerica. Un ringraziamento anche alla presenza di Mathis. Giannini è insuperabile nell’interpretare un “vissuto” che miracolosamente ridona alla vicenda un “quantum” di umanità. Prima di morire e di essere gettato in un cassonetto (gesto che non è nelle corde di Bond), riassume con un filo di voce: «Invecchiando diventa difficile, i cattivi e gli eroi si confondono tra loro». Non la dovete certo tenere a memoria, restate pure immersi nella martellante “azione”. E prenotatevi per il prossimo Bondfilm.

Franco Pecori

 

Leggi l’intervista di Giovanni Casa
al direttore del doppiaggio
Sandro Acerbo

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7 novembre 2008