La complessità del senso
20 11 2017

The Burning Plain

film_theburningplain.jpgThe Burning Plain
Guillermo Arriaga, 2008
Charlize Theron, Kim Basinger, Joaquim De Almeida, John Corbett, José Maria Yazpik, J. D. Pardo, Brett Cullen, Jennifer Lawrence, Danny Pino, Tessa Ia.
Venezia 2008, Concorso. Jennifer Lawrence, Premio “Marcello Mastroianni” all’attrice emergente.

Acrobazie di sceneggiatore, non nuove per il messicano Arriaga (Babel, 21 grammi, Alejandro Inarritu, 2003 e 2006) ora passato alla regia. I personaggi sono fatti a pezzi, smontati e rimontati in funzione di una storia dolorosa e drammatica, che li coinvolge in una composizione “voluta dal destino” e lasciata consumarsi nelle fiamme di un incendio fatale, prezzo e segno di un male di vivere. O dell’amore nascosto. O della sfida alla libertà. O della irresponsabilità dei sentimenti. O forse soltanto del moralismo di una ragazza che non sopporta di vedere la madre accoppiarsi segretamente con un uomo che non è il marito. L’incendio brucia e fonde i due amanti in una roulotte in mezzo al deserto del New Mexico. Il fuoco assassino non è casuale e però nemmeno del tutto voluto.  Vedremo perché, ma non subito. Theron è Sylvia, porta con sé un turbamento che non la lascia in pace, c’è in lei la ragazza che un giorno scelse la fuga. Ia è Maria, una bambina che forse ritroverà la mamma. Basinger è Gina, casalinga infelice. Corre spesso in quella roulotte e la figlia Mariana (Lawrence) se ne accorge. Pardo è Santiago, orfano dell’uomo della roulotte. Con Mariana nasce l’amore. Mariana, Sylvia… tempi e luoghi sono nelle mani del montatore. Il gioco dei flash è talmente fitto che diviene “totale”, non lascia spazio che alla logica dell’incastro. In ciascun segmento le attrici hanno modo di mostrare la propria bravura, ma se per ipotesi il montaggio le lasciasse – diciamo così – al loro destino, tutta la bravura non avrebbe senso, si perderebbe in un mucchio di esercizi espressivi bruciati in una fiammata. Il tessuto della sceneggiatura finisce per essere l’unica giustificazione valida delle loro vicende. Il senso oppressivo di un burattinaio che tiene i fili del racconto prevale sulla sostanza stessa dei sentimenti da cui i personaggi traggono impulso. Quello di Arriaga è una sorta di romanticismo ristrutturato e occultato con l’intelligenza del “regista”, che la vuol fare decisamente da padrone sui destini (misteriosi per modo di dire) del mondo. Celebrato sceneggiatore, Arriaga è regista nato. Di ferro.

Franco Pecori

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7 novembre 2008