La complessità del senso
19 09 2017

Galantuomini

film_galantuomini.jpgGalantuomini
Edoardo Winspeare, 2008
Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni, Marcello Prayer, Giorgio Colangeli, Giuseppe Fiorello, Gioia Spaziani, Lamberto Probo.
Festival Internazionale del Film di Roma 2008, Anteprima-Concorso. Antonella Finocchiaro atr.

Ancora il Salento, la terra di Winspeare. Il regista di Sangue vivo (2000) ci torna dopo la parentesi de Il miracolo (2003). I materiali profilmici sono abbastanza schematici: il traffico della droga, l’amore, le auto, lo scontro tra bande per il controllo del territorio. Ma c’è qualcosa di nuovo. Intanto, Lecce, che non è teatro usuale. E il ruolo di protagonista alla donna, non per il versante sentimentale, che pure è importantissimo nell’economia del racconto, quanto per la funzione di capobanda. La scelta di Donatella Finocchiaro si rivela perfetta. Anna (Finocchiaro) non è nata in un ambiente di malavita. All’inizio del film, un flash ce la mostra bambina che gioca insieme ad altri bambini in un paesaggio “antico”, primi anni Sessanta. Nel gruppo c’è anche Ignazio (Gifuni). I due si incontreranno di nuovo 30 anni più tardi. Ignazio è diventato magistrato e non sa che Anna ha preso la cattiva strada. Tutto potrebbe rientrare in un genere gangster all’italiana, scene costruite bene, con ritmo, senza digressioni espressive da cinema “d’autore”. Il nuovo e difficile rapporto tra Anna e Ignazio, nelle pieghe della lotta tra “cattivi”, sia pure sfumato con le differenze ben articolate dei due caratteri e delle rispettive situazioni ambientali, non sarebbe novità decisiva. Nel cinema americano, il film farebbe comunque la sua figura, ma c’è qualcosa di più. C’è il contesto autentico e c’è la capacità di Winspeare di tenersi lontano da “spiegazioni” esplicite, didascalie pedagogiche, “istruzioni per l’uso” di tipo televisivo. L’interpretazione della Finocchiaro, di notevole sensibilità, colpisce pancia cuore e intelletto dello spettatore, con una cifra espressiva che da sola satura il senso della storia e nello stesso tempo rimanda a un “oltre” non semplificabile. Insomma, siamo in presenza di uno di quei rari casi di film-prodotto che diventa, per un miracolo del fare, film-cinema.

Franco Pecori

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21 novembre 2008