La complessità del senso
25 09 2017

Vedi Napoli e poi muori

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Enrico Caria, 2006
Enrico Caria, Giulio Scalia, Valeria Parrella, Anna La Rocca, Amato Lamberti, Raffaele Sibilio, Daniele di A’ 67, Felice Farina, Don Vittorio Siciliani, Federico Torre, Mario Spada, Gianna e Michele Sanzone, Paride Caputi, Giorgio Fiore, Luciano Russo, Silvana Fucito, Francesco Costa, Vittorio Paliotti, Vanni Corona, Pino Arlacchi, Tano Grasso, Peppe Barra, Roberto Saviano.

Su Napoli e sulla camorra, sul degrado di luoghi come Scampia si sa tutto e niente, si sono viste e lette molte cose, non ultimo il libro di successo di Roberto Saviano, scrittore ora minacciato dai camorristi e messo sotto protezione dal ministero dell’Interno. Ma l’attenzione verso il grave fenomeno di criminalità organizzata, che investe consistenti strati della società e della vita politica, non è mai troppa. Ed ecco il cinema, canale che progressivamente va riacquistando spazio anche nel genere “documentario”. Nel caso in questione, il genere viene contaminato da un elemento di “finzione”, in modo da offrire allo spettatore l’aspra materia dell’inchiesta sotto forma di “racconto” (docu-fiction), elaborato secondo uno spirito non estraneo al tema e all’humus sociale che vuole rapresentare. Distribuito dall’Istituto Luce, esce nelle principali città italiane il documentario di Enrico Caria che assume a titolo uno dei “luoghi comuni” più diffusi nella cultura popolare. Senonché, dato l’argomento, il “morire” dopo la visita a Napoli prende un sapore sarcastico che non guasta se riferito all’altro stereotipo secondo cui la situazione napoletana sarebbe pressoché irreparabile. Caria segue l’andirivieni del protagonista, scrittore napoletano e giornalista satirico (se stesso), che ritorna nella propria città dopo esserne fuggito a seguito della “guerra” di camorra degli anni ’80; e poi se ne riparte, avendo constatato che la “guerra” ricomincia. Vede due Napoli, quella del “Rinascimento” partenopeo, del centro storico “ripulito”, e quella di Secondigliano, Scampia, Melito e delle periferie disumane, dove regnano i camorristi. Due città in una. Ripetiamo: nessuna sostanziale novità. Ma il discorso del regista si articola per svolgere il tema della camorra a partire dalla cultura del lavoro, cultura venuta meno, retrocessa per far posto a quella dell’organizzazione criminale. Vediamo i volti, ascoltiamo le parole, restiamo impressionati dalla franchezza con cui le “opinioni”, i dubbi e le certezze vengono espresse. Il velo della “finzione” non offusca la sostanza del racconto e anzi dà agli stessi “protagonisti” la giusta consistenza cinematografica, distanziandoli da improbabili rimandi televisivi.

Franco Pecori

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26 gennaio 2007