La complessità del senso
23 11 2017

Il passato è una terra straniera

film_ilpassatoeunaterrastraniera.jpgIl passato è una terra straniera
Daniele Vicari, 2008
Elio Germano, Michele Riondino, Chiara Caselli, Valentina Lodovini, Marco Baliani, Daniela Poggi, Maria Jurado, Romina Carrisi, Lorenza Indovina, Federico Pacifici, Antonio Gerardi.
Festival Internazionale del Film di Roma 2008, Concorso.

Piacerà ai giocatori di poker ma non è un film sul poker, come risulta da un conto complessivo del senso. Non sarà bene ridursi alla metafora “morta” della sfida al caso, della vita gioco d’azzardo. Il gioco c’è (Germano continua a credere che il mattino abbia l’oro in bocca, come nel film di Francesco Patierno, del 2007), ma funziona solo da primo referente, materiale, per una storia di disagio giovanile che si sviluppa in un contesto di vita/malavita intrecciato tra elementi di borghesia impotente e di sottobosco canagliesco, di trucchi al tavolo verde e di traffico di droga. Siamo a Bari. Studente all’ultimo esame di Giurisprudenza, Giorgio è tormentato dalla voglia di vivere e spinto ai confini di una disarmonia familiare che si intravede e a tratti salta in primo piano. La posizione sociale dei genitori, professore universitario di Filologia romanza il padre e insegnante di scuola media la madre, è un indicatore un po’ stereotipo dell’incomprensione e della scarsa qualità dei rapporti; giustifica tuttavia, almeno a livello meccanico della sceneggiatura, l’impulso del ragazzo ad affidarsi alla fiducia verso Francesco (Riondino), conosciuto nei pressi di un tavolo da gioco.  La coppia deflagra, rompe i modelli del perbenismo e si infila in una progressione di situazioni critiche, trasgressive e violente, da cui sarà difficile uscire. Forse Giorgio, finalmente laureatosi, riuscirà a riposizionarsi in una prospettiva più regolare, ma certo il suo tentativo di catapultarsi fuori dal sistema famiglia gliene ne ha fatte provare di tutti i colori. Nel film, che Vicari trae dal romanzo di Gianrico Carofiglio, se ne vedono ad ogni sequenza, la regia però è monocorde, cerca con troppa insistenza rassicurazioni emozionali sul versante della “volgarità”. Tutto è ultraevidente, chiaro e senza sfumature, compresi i “nervosismi” di Germano. Il suo Giorgio ne esce sfinito, esausto, attonito. Lo attende una vita in tribunale, non pare tranquillo. Nella sequenza che, spaccata in due come una parentesi, apre e chiude il film, lo vediamo rigido, guarda fisso, non vuole riconoscere la ragazza che viene a ringraziarlo per averla salvata dall’aggressione maniacale del perverso Francesco. Ci trasmette la sua ansia che, a questo punto rischia d’essere soltanto un’ansia d’attore.

Franco Pecori

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31 ottobre 2008