La complessità del senso
23 11 2017

L’uomo che ama

film_luomocheama.jpgL’uomo che ama
Maria Sole Tognazzi, 2008  
Pierfrancesco Favino, Kseniya Rappoport, Monica Bellucci, Marisa Paredes, Michele Alhaique, Glen Blackhall, Piera Degli Esposti,  Arnaldo Ninchi.
Festival Internazionale del Film di Roma 2008, Anteprima-Concorso.

L’amore? Un gioco dell’oca con molto dolore. A cinque anni dal suo esordio (Passato prossimo, Nastro d’Argento 2003), Maria Sole Tognazzi ha aperto il Festival di Roma 2008 con un film sussurrato, scandito ed elegante, che affida agli attori il difficile compito di dare corpo ai sentimenti profondi di un “uomo che ama”, specialmente al momento dell’abbandono, della fine di un rapporto e del “lutto” che ne consegue. Il dolore ha le sue tappe e, come un gioco circolare, produce i suoi effetti di ritorno, scoprendo anche lati della vita interiore rimasti a lungo nascosti. Nei panni del sentimentale e passionale Roberto, Favino cerca di valorizzare al massimo una certa sua espressione bonaria, un po’ imbambolata e sincera. Innamorato di Sara, resta vittima di un passato della donna non risolto (la sceneggiatura, chiara, bilancia una qualche difficoltà della Rappoport nell’approfondimento). Il protagonista chiama il pubblico, con trasporto lodevolmente contenuto, alla propria sofferenza. E con altrettanta bravura si impegna nell’interpretare il rovescio della medaglia, giunto alla fatale tappa dove il maschio dell’oca – diciamo così – è atteso per chiudere il cerchio della passione. Lì lo attendeva Alba (una Bellucci semplice e trasparente quanto mai)  già dall’inizio – poco deve importare se noi lo veniamo a sapere in ritardo – pronta al sacrificio del contrappasso. In mezzo e durante, apprezzabili contaminazioni familiari. I genitori di Roberto (Ninchi e Degli Esposti), sulla riva del lago ad attendere, spiritosi e pazienti, le visite del figlio in crisi, a volte accompagnato dal fratello minore, Carlo (Alhaique), la cui omosessualità si disvela con parsimonia e discrezione, fino all’approdo un tantino letterario d’una malattia di cuore da superare per un futuro di felicità; e la dottoressa Campo (Paredes), presso la cui farmacia Roberto impiega il proprio tempo lavorativo – strardinaria la “tirata” in primo piano, da grande attrice (De Oliveira, Almodovar non sono per lei nomi casuali), che fà da sponda a Favino, regalandogli sostanza di contenuto solo con poche, perfette espressioni. La regìa è dolce nelle curve del montaggio, rispettosa del valore fotografico delle immagini  (Arnaldo Catinari), consona nell’uso della musica (Carmen Consoli, oltre che cantare Senza farsi male sui titoli di coda, sceglie violini e vibrafono con apprezzabile delicatezza). L’impressione è che Maria Sole Tognazzi sia “attesa” da un lavoro di elaborazione artistica, che la potrà portare ad approdi di livello cinematografico specifici. Ne lascia intravedere le possibilità.

Franco Pecori

Print Friendly

24 ottobre 2008