La complessità del senso
23 11 2017

La cena per farli conoscere

film-cena.jpgLa cena per farli conoscere
Pupi Avati, 2006
Diego Abatantuono, Vanessa Incontrada, Violante Placido, Inés Sastre, Francesca Neri, Fabio Ferrari, Blas Roca Rey.

Fare film e pensare cinema. Non tutti lo fanno, Avati sì. Anche questa volta, con un atteggiamento ancor più esplicito rispetto ai precedenti lavori, nel senso che lo spettatore è invitato direttamente ad un dibattito, garbato e ironico, su un certo sviluppo del cinema di genere (di “serie B”), dibattito invecchiatosi in Italia prima di essere approdato ad un qualche risultato serio, oltre i seminari universitari. Anche questa volta il risultato, discreto sul versante della “poesia”, non è convincente dal punto di vista discorsivo. D’altra parte, da un autore dobbiamo attenderci soprattutto il valore estetico. Gustose le battute di Abatantuono, che, mentre celebra l’artigianato di Sergio Corbucci (regista di una settantina di film, che attraversarono con ottica “italiana” vari generi, dal Totò “Smemorato di Collegno” al “Django”-spaghetti, al “Conte Tacchia” popolar-Montesano) e sogna la richiesta di Germi a recitare in un suo film,  rimprovera a Monicelli e a Risi di non averlo “mai chiamato”. Avati riesce a scavalcare il rischio della polemicuccia, badando piuttosto alla costruzione del personaggio di Sandro Lanza, cucito addosso ad un Abatantuono perfettamente compenetrato nel ruolo dell’attore-divo di seconda categoria in crisi definitiva. Furbo-bugiardo fino alla finzione del suicidio in funzione massmediatica (la Tv di scarto e la stampa diminutiva), Sandro è costretto a buttar giù la maschera proprio mentre tenta, con totale insuccesso, di aggiustarla un’ultima volta con la plastica facciale. Ridotto un “mostro”, rientra nel proprio privato e incontra le tre figlie (Incontrada, Placido e Sastre), avute da altrettante donne sparse tra Roma, Parigi e Madrid. Fin qui tutto è didascalico e ridondante. Ma poi viene la “cena” e finalmente il film sale al giusto livello di poesia. Entra in scena Francesca Neri, colta, raffinata, il contrario di Sandro. Da bambina, a Fregene, ha avuto un fugace contatto con il “divo” e l’impressione le dura ancora. Ines (Sastre) convince le sorelle a tentare la carta per dare al loro padre una possibilità di rinsavimento. E si combina la cena per farli incontrare. Neri fa un numero da attrice e cambia il film. Poi si rientra nella “normalità”. Il padre “ritrova” un rapporto con le figlie, la sua vita non sarà più disperata. Resta il curioso matrimonio tra l’umorismo voluminoso di Abatantuono, sempre sul limite del sarcasmo, e il bonario accento nostrano (nonostante l’internazionalizzazione del set) di Avati. E’ uno dei rari casi in cui uno più uno fa tre.

Franco Pecori

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2 febbraio 2007