La complessità del senso
21 09 2017

Amityville – Il risveglio

Amityville: The Awakening
Regia Franck Khalfoun, 2017
Sceneggiatura Franck Khalfoun
Fotografia Steven B. Poster
Attori Bella Thorne, Cameron Monaghan, Jennifer Jason Leigh, McKenna Grace, Jennifer Morrison, Thomas Mann, Kurtwood Smith, Taylor Spreitler, Hunter Gligoski.

Fa paura? Orrore, più che altro. Orrore di genere Horror. Il che comporta, essendo cinema, non solo il significato radicale che dal sanscrito hars (drizzare, irrigidire) porta al latino horrorem (horrère – per horsère – essere irto, ruvido), ma uno specifico drizzar di peli dovuto alla sorpresa della scena. La scarica di paura è dovuta anche al contenuto, al filo del racconto e alla partecipazione emotiva indotta dalla coscienza del tema e delle relative problematiche culturali, storiche. Insomma un bel gomitolo e una discreta stratificazione di possibili reazioni, rispetto alle circostanze, alla posizione esperenziale e ideale del fruitore (lector) rispetto al contesto (fabula). Non tutti gli spettatori avranno la stessa paura. E non sarà la sola paura a intervenire nel rapporto estetico col film. Che altro? Qualcos’altro, e di più, rispetto alla dimensione reattiva “sensoriale” (ma sempre culturale) a fronte dell’immagine, per esempio una referenzialità morale, etico/storica. E questo è un taglio che può riguardare non solo il genere Horror. Se prendiamo Ombre rosse e Mezzogiorno di fuoco come due western esemplari – attesa, inseguimento/ricerca, impatto, conclusione – ci accorgiamo che in sostanza il bianco&nero è forse il solo aspetto formale in comune, o quasi. Per mettere insieme i due film bisognerebbe attivare letture con una varietà di pertinenze, forma e sostanza, non trascurabile. Non vogliamo annoiare con un esercizio di lettura. Diciamo che, sul piano del senso, i due film contengono e producono una forte tensione morale. Vuol dire che il cinema di genere si può leggere anche per l’indirizzo etico, esplicito o sotteso rispetto alla diegesi. Non volevamo “fare la morale” né a Ringo Kid (John Wayne) né a Will Kane (Gary Cooper) e non vogliamo farla al conte Dracula (Bela Lugosi) né a Edward Cullen (Robert Pattinson), ma certo il grado di “apprensione” che ci viene dalla suspence dei film è relazionabile alla condivisione delle problematiche di contenuto di cui sono veicoli i personaggi. Stando all’Horror, la sete di sangue del vampiro si va articolando via via nell’evoluzione del genere fino non più all’avidità di sopravvivenza bensì alla scelta di un “mondo migliore”, rifugio soprattutto giovanile rispetto alle difficoltà del reale. E non parliamo del fine sistematico – per così dire – in una società equilibrata, tra giuste leggi e vivere civile in un certo Western in B&N, mitico. Della commedia, della fantascienza e degli altri generi e sottogeneri si potrà parlare un’altra volta.  Ed eccoci ad Amityville e ai misteri di violenza e di sterminio familiare, registrati da una storia lunga 40 anni. Nel 1974, prime ore del 13 novembre, la villetta al numero 112 di Ocean Avenue, sulla costa sud di Long Island, è scena di un’orrenda strage. La famiglia De Feo, Ronald e la moglie con 4 dei 5 figli, viene sterminata. I componenti risultano uccisi da colpi di fucile alla schiena. Viene incolpato e condannato a sei ergastoli Ronnie, 23 anni, il maggiore dei fratelli. Da quel tempo la casa diviene infrequentabile per via di fenomeni paranormali. Una storia vera? Nel 1977, un libro che racconta l’Orrore ad Amityville diviene subito un Best seller, due anni dopo esce il film Amityville Horror (Stuart Rosenberg, 1979), che incassa 46 milioni di dollari in 40 giorni e inaugura un filone di cui il film di Franck Khalfoun è l’ultima tappa  – gli altri sono: Amityville Possession (Damiano Damiani, 1982), Amityville III (Richard Fleischer, 1983), Amityville Horror (Andrew Douglas, 2005) . A distanza di 40 anni, ecco arrivare Amityville – Il risveglio. Il numero 40 può avere un significato biblico, basti pensare alla Quaresima. Interviene il Risveglio, non sia mai resurrezione, ma si riattiva la possibile possessione di un corpo, del fratello maggiore, James (Cameron Monaghan), che qui arriva in ambulanza e intubato. La madre (Jennifer Jason Leigh) è fissata che il giovane non debba essere considerato finito e che prima o poi tornerà a respirare autonomamente. Belle (Bella Thorne), la figlia maggiore, non sembra convinta. Un medico viene assalito dalle mosche e fugge via, Juliet (McKenna Grace) la sorellina piccola è attratta dalla possibilità di dialogare col fratello in coma irreversibile. Fanno paura i percorsi “misteriosi” su e giù per le scale, le finestre che si chiudono da sole, le stanze che nascondono non si sa cosa, le inquadrature “esplosive”, i controcampi retroilluminati, i retropensieri di Belle, i suoi incubi che sembrano veri, il cane di famiglia che ringhia, il “cerchio magico” tracciato nell’erba del bosco attorno alla villa? Ma è una collezione di stereotipi che, se mai, tranquillizzano lo spettatore assiduo del genere. Allora è la Bibbia. Il testo sacro autorizza, rassicura e spaventa, il 40 lascia presagire. C’è il rischio di incrociare una qualche ipotesi di Terra “piatta”, ma è il cinema horror, non si può stare tranquilli. La regia di Franck Khalfoun trasmette un senso di rassegnazione, di disciplina del mistero, di sicurezza sulla realtà possessiva del Male e – complementare – sulla sua contrastabilità restante. Se il pelo si drizza non è colpa del diavolo.

Franco Pecori

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23 agosto 2017