La complessità del senso
18 10 2017

Prima di domani

Before I Fall
Regia Ry Russo-Young, 2017
Sceneggiatura Maria Maggenti
Fotografia Michael Fimognari
Attori Zoey Deutch, Halston Sage, Logan Miller, Elena Kampouris, Kian Lawley, Medalion Rahimi, Cynthy Wu, Erica Tremblay, Liv Hewson, Diego Boneta, Jennifer Beals, Nicholas Lea, Chelsea Kaur Gill, Roan Curtis, Keith Powers, Liam Hall.

Sarebbe come scegliere l’ambiente di una classe di terza elementare per svolgere drammaticamente il tema dell’esistenza di Dio, o come far trattare del senso estetico dell’opea di Jackson Pollock a un professore di Storia dell’arte medievale. Il film di Ry Russo-Young soffre un po’ dello squilibrio di pertinenza tra i temi “universali” di Attualità e Destino e le implicanze circostanziali del racconto. La regista newyorkese (You Wont Miss Me 2009, Nobody Walks 2012) s’è ispirata al romanzo per adolescenti “Before I Fall – E finalmente ti dirò addio”, di Lauren Oliver, quasi per la terza fase di un racconto apertosi nel 1993 (Groundhog DayRicomincio da capo, di Harold Ramis, protagonista Bill Murray) e proseguito nel 2004 (E’ già ieri, di Giulio Manfredonia, con Antonio Albanese). Nel film di Ramis, l’ironia della sorte riservava a un meteorologo la “condanna” di rivivere più volte lo stesso giorno, il 2 febbraio celebrato in Pensylvania come Groundhog Day, fino al suicidio (inteso però come esito positivo di una situazione altrimenti bloccata in un intreccio perverso). Un decennio più tardi, il giornalista-star Albanese resterà prigioniero della sua misantropia, col calendario fermo al 13 agosto, fino a che non diverrà un uomo migliore. Il meccanismo del “fermatempo” in funzione di una rivisitazione della propria identità e del riassetto morale della persona si ripete nella storia di Samantha “Sam” Kingston (Zoey Deutch – Nonno scatenatoTutti vogliono qualcosa), colpita dal fatidico “blocco” ripetitivo nel giorno (12 febbraio) che il suo liceo – nel Connecticut – festeggia come Cupid Day. La ragazza si prepara a perdere la verginità, assistita e incoraggiata dalle amiche inseparabili: Lindsay (Halston Sage), Ally (Cynthy Wu) e Elody (Medalion Rahimi). Si va a una gran festa, a casa dei genitori di Kent (Logan Miller), amico d’infanzia e da sempre innamorato di Sam. Come al solito, il gruppo dominate si divertirà a dare prova di “bullismo” verso la malcapitata Juliet (Elena Kampouris), mentre all’operazione “prima volta” provvederà Rob, il bello e disinvolto ragazzo del momento (Kian Lawley). Tutto si svolge secondo copione, in ossequio alle convenzionali regole del vivere giovanile, comprese certe accentuazioni dei modi in famiglia, la solita baldanzosa e fittizia tracotanza (Sam è sorella più grande di Izzy/Erica Tremblay) della nuova generazione rispetto alla pur tollerante “educazione” imposta dai “moderni” genitori. Il copione subisce però un arresto traumatico quando Sam, risvegliandosi la mattina dopo, ha la sensazione che certi particolari della giornata si stanno ripetendo rispetto al giorno prima. E nella memoria dello spettatore acquista nuova importanza la scena della scuola, in cui il giovane professore aveva fatto lezione sul mito di Sisifo. Il mito non riguarda il singolo caso, personale e irripetibile, di un essere costretto a ripetere all’infinito la medesima fatica del vivere. Il mito ha carattere di “universalità”. Si pone il problema della sensazione ciclica provata da Sam e di come interromperla, risolverla, restituendo la vita della protagonista al suo destino normale. Il film propone a Sam un’esame di coscienza: non è giusto prendersela con la povera Juliet, non è giusto trattare i genitori e la sorellina in modo distaccato e brusco, è un errore del cuore aver dimenticato il profondo legame affettivo stabilitosi con Kent fin dall’infanzia. Entra in gioco la Bontà  e la gabbia del Tempo-Morale potrà aprirsi, sia pure al costo drammatico di un doloroso quanto salvifico “Addio”. La regìa di Ry Russo-Young lascia trasparire una partecipazione appassionata ai temi importanti, come la scelta del “giorno da vivere” e come l’accettazione di una crisi dell’Assoluto che comporti necessariamente una ri-lettura “storica” dell’esistere. Si ha chiara l’impressione che il film non è soltanto un film per adolescenti. E’ però assente l’ironia con cui, nei succitati precedenti, i personaggi di Murray e Albanese avevano saputo riscattare le loro storie da possibili religiosità.

Franco Pecori

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19 luglio 2017