La complessità del senso
19 11 2017

Vicky Cristina Barcelona

film_vickycristinabarcelona.jpgVicky Cristina Barcelona
Woody Allen, 2008
Javier Bardem, Scarlett Johansson, Rebecca Hall, Penelope Cruz, Patricia Clarkson, Chris  Messina, Kevin Dunn,  Pablo Schreiber, Silvia  Sabaté, Zak  Orth, Abel  Folk, Julio  Perillán, Joel  Joan, Carrie Preston.
Oscar 2009: Penelope Cruz, atrnp.

Rohmer? Allen se lo sogna. Una certa propensione a trattare temi morali, o meglio a circoscrivere entro i recinti della morale la commedia di costume, ha certo caratterizzato la scrittura dell’autore (regista e sceneggiatore) americano fin dagli anni Settanta, ma i Racconti morali del maestro della Nouvelle Vague restano lontani almeno quanto la casa di Maud, a Clermont-Ferrand, poteva esserlo dalla panchina di Manhattan. La vena umoristica di Allen si va palesemente consumando in una sorta di accorato e insistito “auting creativo”, che negli ultimi film ha preso la forma esplicita del film di genere, quasi che il regista di Brooklyn sentisse il bisogno di un successo più esteso, misurato finalmente sulle vaste platee di un cinema più prevedibile, accondiscendente. E così, mentre il genere si fa via via più riconoscibile, l’arte di Allen tende a scomparire, diluita in semplificazioni non degne di un “esprit de finesse” specialmente “europeo”, quale l’autore di Prendi i soldi e scappa va cercando da sempre. Qui siamo in Spagna (Paese ultraemergente, ormai, anche per quanti lo guardino da Oltreoceano) tra Barcellona e Oviedo. Una voce narrante ci conduce passo-passo per i sentieri poco misteriosi di un triangolo amoroso/turistico fatto apposta, sembra, per denunciare una serie di stereotipi con cui le nuove generazioni americane (più vecchie di quel che può sembrare, a volte, a noi del Vecchio Continente) guardano alla cultura e al modo di vivere degli europei. Bardem, smessa in fretta la maschera cinica del Paese che non è per vecchi, fa la parte dell’artista pieno di passione e privo di retropensieri, vittima della focosità spagnola della moglie (Cruz), voglioso di “partouze” ma non per questo avaro di sentimento. Vicky (Hall) e Cristina (Johansson) esemplificano bignamescamente la casistica bipolare del puritanesimo intimamente intento alla trasgressione e della spregiudicatezza improvvisata e improvvida. Tutti sono senza futuro, passano nel film come attraverso una finestra del mondo senza che nulla cambi. Operetta morale? Inutile scomodare Leopardi, lui sì profondo trasgressore. Converrà non allontanarsi troppo dall’àmbito Erasmus, dall’Appartamento spagnolo, a cui questo Vicky Cristina Barcelona sembra voler tenere compagnia. Con altre ambizioni stilistiche, si capisce.

Franco Pecori

 

 

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17 ottobre 2008