La complessità del senso
17 12 2017

No problem

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Vincenzo Salemme, 2008
Vincenzo  Salemme, Sergio  Rubini, Giorgio  Panariello, Aylin  Prandi, Iaia  Forte, Cecelia  Capriotti, Anna  Proclemer, Oreste  Lionello, Gisella  Sofio, Giacomo  Furia, Leonardo  Bertuccelli, Giulio Maria  Furente, Loretta  Rossi Stuart, Renato  Marchetti.

Eppure emana. A differenza dei pacchi natalizi e compagnia bella (bella?), il cinema di Salemme vive di una (tra le altre) contraddizione salubre: emana intelligenza. Guardate un po’ – dice – come siamo ridotti, guardate dove finiremo dietro a questa Tv. “Guardate” è un invito confezionato a dovere. La costruzione delle scene (scenette) è scrupolosa, puntigliosa, cerca la perfezione dell’ovvio, è liscia come l’olio. Ragguardevole, anzitutto, la dignità del cast, messo insieme con una dichiarata simpatia per gli attori di teatro (compreso il cabaret). Un conto – sembra dire il regista napoletano – sono (erano, furono) gli attori “presi dalla strada” di Rossellini e De Sica, altro conto sono (sono) i dilettanti allo sbaraglio (e anche a letto) delle “prime serate” televisive, dove al massimo dell’improntitudine corrisponde il massimo della proposta (di modelli di vita formalizzati nei format). Salemme preferisce la radice teatrale. E che diamine, un po’ di professionismo! Ovvio. Poi gli ingredienti narrativi. Il bambino per primo, ché oggi senza un bimbo di mezzo non si batte un chiodo: fa da “testimonial”. Meglio se il piccolo è in cerca di famiglia (regolare). Noi, che abbiamo Pinocchio e che abbiamo letto Sans famille (Hector Malot, 1878) veniamo da lontano. Mirko (Bertuccelli), il bimbo “vero”, tampona (pardon, tampina) Arturo (Salemme): lo ha visto in Tv, protagonista di una di quelle “serie” che insegnano a vivere, e lo vuole come padre vero, dato che di un padre vero avrebbe tanto bisogno. Una “disgrazia” che Arturo non avrebbe voluto, proprio mentre la vita sul set gli si sta complicando appunto per l'”aggressività” del piccolo attore, Federico (Furente), che il copione gli ha messo vicino (troppo). Quindi gli altri, trainati da un mitragliare di battute standard-allusive in chiave gioco-di-parole, per le quali l’autore è spudoratamente in debito verso il teatro-varietà, agghindato di una discreta leggerezza manieristica, non immemore della scuola eduardiana (ma ora, forse, più Peppino che Eduardo De Filippo). Fa la sua figura Rubini, una volta tanto senza strafare, concentrato in una caratterizzazione che gli sta a pennello. E se la cava anche Panariello, la cui autodenuncia del “Sabato Sera”, però, rischia di farsi patetica. Il ragazzo potrebbe e può fare, una certa genialità non gli manca. E difatti la mossa dello zio schizofrenico gli riesce, la sua faccia allude quasi a ben altre attitudini, fuori dal piccolo schermo. Le donne stanno un po’ in disparte, ma con quel terzetto in primo piano non c’era molto posto. infine, caro Salemme, usalo quel tuo geniaccio teatrale, non esitare più.

Franco Pecori

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10 ottobre 2008