La complessità del senso
21 09 2017

Lady Macbeth

Lady Macbeth
Regia William Oldroyd, 2016
Sceneggiatura Alice Birch
Fotografia Ari Wegner
Attori Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton, Naomi Ackie, Christopher Fairbank, Golda Rosheuvel, Anton Palmer, Rebecca Manley, Cliff Burnett, Bill Fellows, Ian Conningham.
Premi Torino 2016: Alice Birch sg.

1865. Boschi e brughiere nelle campagne inglesi, scenografia naturale per il dramma di una Lady Macbeth. Ma Emily Bronte e le Cime tempestose di William Wyler (Wuthering Heights 1939) non c’entrano. Qui non c’è ricordo del cinema americano anni Trenta, fa molto più freddo e ogni segno di romanticismo è raggelato nella regia d’acciaio del debuttante regista teatrale William Oldroyd (Ibsen, Beckett, Shakespeare). Ispirandosi al racconto di Nikolaj Leskov, Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, scritto in Russia nel 1865 – poi utilizzato da Dmitrij Šostakovic nel 1934 per un’opera che sarebbe stata bandita da Stalin -, Oldroyd mette tra parentesi la sostanza del tema shakespeariano (la sete di potere della donna decisa a tutto) e punta la cinepresa sul corpo della giovane avida di riscatto erotico (la parola va intesa nel senso più ampio e profondo) e di dominio di sé. Ne consegue la liberazione dai lacci del comportamento maschilista e delle sue esasperazioni conservative. La violenza che regola i rapporti della diciassettenne Katherine – una Florence Pugh perfetta: senza il suo “corpo” il film svanirebbe nel nulla (presenza emergente che ricorda l’affermazione di una Jennifer Lawrence in Winter’s Bone 2010)  –  con Alexander (Paul Hilton), il marito assegnatogli dalla storia, contiene non soltanto le motivazioni “culturali” della rivolta femminile ma anche e ancor prima l’istanza carnale, psicofisica, del rispetto di un’attrazione non più comprimibile. Sebastian (Cosmo Jarvis), lo stalliere che Katherine decide di amare senza freni, sarà il godimento e sarà anche il baratro in una tragedia della non-prospettiva, del tutto per tutto giocato in assenza di soluzioni altre. I corpi si consumeranno, inghiottiti dall’inganno e dal delitto, in una vicenda che si moltiplica nella parte finale con l’innesto di catene criminali che non stiamo a raccontare; anche seguiti horribili  della storia “inconfessabile” di Alexander, che possiamo dare per scontata perché tale può anche essere nel quadro epocale del racconto. Tutt’altro che scontata, invece, la gelida e opportunistica decisione di Katherine, di salvaguardare il proprio destino. Nel suo abito stretto in vita, ferma l’espressione del volto in una maschera di assoluto controllo, la donna occupa l’inquadratura, seduta perfettamente composta e conclusa sul suo divano centrale, fronte alla macchina da presa. La maggiore novità è lampante e insieme paradossale: il contenuto del film è “contenuto” nel film, prigioniero, alla lettera. Giustamente, dopo i successi ai festival di Toronto e San Sebastian, la Lady Macbeth di Oldroy ha impressionato la platea del Torino Film Festival.

Franco Pecori

 

Print Friendly

15 giugno 2017