La complessità del senso
17 12 2017

La classe – Entre les murs

film_laclasse.jpgEntre les murs Laurent Cantet, 2008 François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucoure, Arthur Fogel, Damien Gomes, Louise Grinberg, Qifei Huang, Wei Huang, Franck Keïta, Henriette Kasaruhanda, Lucie Landrevie, Fatoumata Kanté, Jean-Michel Simonet, Vincent Claire, Olivier Dupeyron, Patrick Dureuil, Frédéric Faujas, Dorothée Guilbot, Cécile Lagarde, Anne Langlois, Yvette Mournetas, Vincent Robert, Anne Wallimann-Charpentier. Cannes 2008, Palma d’Oro.

Meno vero del vero o meno falso del falso? Apparentemente, un anno nella classe di una scuola media francese (20° arrondissement di Parigi). Un professore precisino e moderno che viene messo in crisi da studenti “difficili”. Ma dipende dalla lettura che se ne può fare, unicuique suum. La “verità” del cinema, come noto, non è rintracciabile nel referente ossia nel materiale profilmico. Non basta mai, la relazione con l’immagine finale, come noto, è molto più complessa di quel che si può credere. In questo senso, l’operazione del regista (A tempo pieno, Verso il Sud) – l’idea gli viene dal libro-diario di un vero professore, François Bégaudeau, il quale poi si è preso anche la responsabilità di mettere la propria faccia nel film – è normalmente fallita. E invece è riuscita rispetto al livello usuale di “falsità” che il cinema ci ha abituati a farci passare per “vere”. In altre parole, entro i muri della scuola che vediamo “vivere” per 128 minuti, si svolge una dialettica in tempo non-reale, rappresa in montaggio e restituita alla visione con un carico di senso che ha richiamato l’attenzione della Giuria di Cannes (Palma d’Oro). E può fruttare una catena interessantissima di discussioni post-visione, buona per una serie infinita di dibattiti sul tema scuola-società. Saranno, è il destino di tali dibattiti, non proprio decisivi al fine del miglioramento della scuola e della società. Ma c’è un altro aspetto del lavoro (comune a tutto il cinema, se vogliamo), che La classe di Cantet in particolare suggerisce di assumere come principale nella lettura del film. Il merito del regista è di suggerircelo senza didascalismi, bensì con lo stesso linguaggio del film, non accontentandosi di una finta registrazione di ciò che accade in aula o appena fuori, ma tagliando e cucendo le scene con rigore espressivo mentre, immaginiamo, le ha lasciate abbastanza libere al momento delle riprese. Così i caratteri, le persone sono “vere” e, insieme, il discorso è ricco di senso. Sarà il caso di prenderlo dall’inizio. Forse il primo problema della scuola è nella gestione dei linguaggi, nella loro convenzionalità, che va dall’uso dei significati al senso che ne deriva e alle relative pratiche (che solo pratiche non sono mai) nella società. Qui partiamo dalla parola “difficile”. Riferita al comportamento degli studenti, ha un significato non semplice (ma il significato non è mai del tutto semplice, dipendendo dai tempi e dal contesto – storia e attualità) e un senso convenzionale molto sincretico. Con ragazzo “difficile” i professori intendono: difficile da educare, quasi sempre attribuendo la difficoltà a ragioni esterne alla scuola, individuabili nelle condizioni sociali da cui lo studente proviene. Ma “difficile” si può (e si deve) riferire anche alla didattica in senso stretto (che tutto stretto non è mai), cioè alla difficoltà di insegnare nozioni, comportamenti e valori, commisurando la gradualità dell’insegnamento alla situazione culturale e psico-sociologica degli allievi, intesi questi uno per uno e anche nel complesso della classe, senza con ciò tradire il mandato, né specifico né più generale, che la società assegna all’istituzione pedagogica. Insomma un bel problemino, i cui aspetti e livelli, diversi e relativamente differenti, non sempre sono relazionabili in modo omogeneo nell’ambito del corpo docente, giacché i professori, a loro volta, costituiscono in ciascuna scuola altrettante classi. Problemino non-facile, se si pensa che fin qui abbiamo mantenuto a livello implicito il punto di vista dei ragazzi, che invece va considerato a specchio. Come infatti mostra La classe: per le allieve e gli allievi, è Bégaudeau il professore “difficile”. In tutto l’arco del film la tensione drammatica è mantenuta alta ed è per questo che i temi interni al racconto (il rapporto tra altezza ed estensione della lingua-cultura, tra le regole e le sanzioni, tra scuola e genitori-società, tra “umanità” e formalizzazione dell’educazione – il Consiglio Disciplinare) restano interni e discreti rispetto al piano estetico. Non a caso il film ha un finale aperto, o meglio lasciato aperto, per il semplice motivo che chiuderlo sarebbe stato troppo “difficile”. Rimane impressa l’espressione della ragazzina che, salutando Bégaudeau (l’anno scolastico è finito), gli confessa: «Non ho imparato niente, non capisco quello che facciamo». È il problema di ogni relazione, non solo della scuola.

Franco Pecori

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10 ottobre 2008