La complessità del senso
24 09 2017

Due uomini, quattro donne e una mucca depressa

Due uomini, quattro donne e una mucca depressa
Regia Anna di Francisca, 2015
Sceneggiatura Anna di Francisca
Fotografia Duccio Cimatti
Attori Miki Manojlovic, Maribel Verd, Neri Marcorè, Ana Caterina Morariu, Eduard Fernandez, Laia Marull, Manuela Mandracchia, Héctor Alterio, Serena Grandi, Gloria Muñoz, Carmen Mangue, Antonio Resines, Marisa Paredes.

Con delicatezza ma senza evitare la difficoltà di dire le cose, andandole magari a scovare sotto le apparenze, oltre le banalità. E’ il compito più difficile nel cinema, data la natura apparentemente obbiettiva dell’obbiettivo. Se poi sta proprio nella partenza il punto sensibile di una tematica come il “disagio esistenziale” di un musicista, il film si presenta subito “non facile”. La regista, che il largo pubblico della Tv conosce per la serie Un medico in famiglia (1998) – nel cinema ha frequentato come aiuto e come segretaria di edizione Giuseppe Bertolucci, Gianni Amelio, Pal Gabor e ha diretto La bruttina stagionata 1996, Fate un bel sorriso 1999, Le ragioni del cuore 2002 -, sceglie la via della “semplicità” e si affida al talento di un attore come Miki Manojlovic (Papà è in viaggio d’affari di Emir Kusturica 1985, I demoni di San Pietroburgo di Giuliano Montaldo e Irina Palm di Sam Garbarski 2007) per dare l’idea di una problematica non solo individuale e risolvibile con paziente ironia. La difficoltà a comporre musica in modo seriamente creativo sembra una questione settoriale, ma ci vuole poco a capire che le cause di un’impasse si possono cercare anche nel contesto, nella vita che fa parte del musicista, la vita delle cose semplici, quotidiane. Fatto sta che Edoardo (Manojlovic) prende e parte da Roma e approda in Spagna, in una piccola città del Sud, dove “non succede mai niente”; e viene accolto dall’amico Emilio (Eduard Fernandez) che non vede da tempo e da un gruppo di persone che gravita attorno all’appuntamento settimanale per il coro nella chiesa. Come per miracolo, le persone, specialmente le donne, riprendono vita, i loro comportamenti si “liberano”. E’ il quadro di un scena forse anche teatrale, ma che lascia modo ai singoli di rivelare soprattutto a se stessi le istanze nascoste, confidando appunto nell’input che può provenire dalla nuova “presenza”. Sul filo di una fine ironia, si sciolgono i nodi, le attrazioni si manifestano, il “coro” impara a cantare e si accorda con il nuovo maestro per un finale discretamente ottimista. Emergono voglie sopite, desideri tenuti nascosti, libertà da riconquistare (un esempio: l’amico che “prima i pomodori li tirava alla polizia e ora li coltiva”). Qualcosa di antico e di nuovo sommessamente si propone all’attenzione della mucca – sì, la mucca estranea e familiare, presenza surreale e “metafisica” nella vicenda trasparente, scandita e quasi sillabata, in cui stanno insieme musiche diverse, come la canzone “nuova” che Edoardo compone per il coro e come la canzone dell’allegria passata, che in finale risuona: “Quando canta Rabagliati fa così”. Fascino della Swing Era.

Franco Pecori

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8 giugno 2017