La complessità del senso
18 11 2017

Mamma mia!

film_mammamia.jpgMamma mia!
Phyllida Lloyd, 2008
Meryl Streep, Pierce Brosnan, Stellan Skarsgård, Colin Firth, Amanda Seyfried, Julie Walters, Christine Baranski, Dominic Cooper, Juan Pablo Di Pace, Dylan Turner.

Rétro e modernissimo. Non sembri un gioco di parole. È vero, il pop svedese degli Abba (anni Settanta, 370 milioni di dischi venduti) – la regista inglese Phyllida Lloyd, esperta di teatro e di opera, ha tratto il film dal musical di Catherine Johnson che ha strabiliato a Londra e a Broadway – è “antico” almeno quanto la “Terza Via” socio-politica scandinava; di per sé, non sarebbe riproponibile se non ad un ristretto numero di cultori. Il fatto che tale componente rétro piaccia oggi ad un pubblico vasto è dovuto al suo mascheramento, o meglio alla fusione con uno sguardo adeguato alle attuali istanze dell’ultima generazione, non più soltanto post-moderna, ma definitivamente – si direbbe – fluida, disponibile tanto al futuro quanto a qualsiasi “materiale” del passato utilizzabile, sia pure soltanto per il mantenimento di una posizione, modernissima, non progettuale, di attesa. È una specie di vuoto “buono”, dove c’è posto anche per farsi una vita propria, cosciente, persino equilibrata. Stiamo parlando di Meryl Streep, cioè di Donna, la protagonista del musical. La grandissima attrice si identifica così a fondo nel ruolo (quanto di più lontano da ciò che ha reso famose le sue interpretazioni!) che nel suo stesso corpo s’incarna la fusione di cui sopra. Un musical in cui la forma del contenuto ha una sua dialettica interna, capace di proporre alla ventenne Sophie (Seyfried), figlia “senza padre” di una madre, Donna, ex quasi-happy-hippy, una correzione decisiva della sua pseudo-modernità. La ragazza sta per sposarsi. È cresciuta in un’isoletta greca, insieme alla mamma che lì ha creduto di conservare il privato paradiso “oltreconfine”, smemorando le delusioni della gioventù infruttuosa. Madre e figlia invitano alla festa le rispettive amiche, bamboleggiando complementari in un lungo prologo fitto di risatine insulse e di ammiccamenti uniformi. Senonché, Sophie ha invitato anche tre ex ragazzi di Donna, uno dei quali – così ha scoperto leggendo per caso il vecchio diario della mamma – è suo padre. Lo scoprirà, spera, al momento del loro arrivo sull’isola. Non se ne parla, ovvio. Ed è per questo che la “ricerca del padre” svanisce man mano per far posto al tema, più vero e profondo, del recupero dei sentimenti. Mentre tutt’intorno la scena si anima di momenti colorati, romantici e farseschi in alternanza, la musica sostiene il racconto, gradevolmente equilibrando le interminabili e insopportabili esplosioni di stupore della prima metà, con la progressiva e più credibile spogliazione, da parte di mamma Donna, dell’ammuffita ideologia da “figlia dei fiori” («Avevano paura di volare»). E non in senso rétro, di restaurazione del matrimonio, bensì come riconquista della vitalità troppo a lungo dismessa: «Mamma mia quanto mi sei mancato», canta Streep in forma strepitosa al suo Sam (Brosnan), «C’è un fuoco nel mio cuore». Tutte le “simpatie” di costume, delle vecchie amiche vitali quanto svampite e dei boys di contorno al marriage, si fanno da parte mentre trionfa culminante la “romanza” (sì, come fosse l’Opera) del «Chi vince prende tutto», gioco cruciale in duetto, Streep-Brosnan, che vale da solo tutto il musical. Le ultime sequenze hanno poca importanza, il bello è già stato.

Franco Pecori

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3 ottobre 2008