La complessità del senso
25 09 2017

Orecchie

Orecchie
Regia Alessandro Aronadio, 2016
Sceneggiatura Alessandro Aronadio, Astutillo Smeriglia
Fotografia Francesco Di Giacomo
Attori Daniele Parisi, Silvia D’Amico, Pamela Villoresi, Ivan Franek, Rocco Papaleo, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Andrea Purgatori, Massimo Wertmüller, Francesca Antonelli, Niccolò Senni, Sonia Gessner, Paolo Giovannucci, Re Salvador, Silvana Bosi, Masaria Colucci
Premi Venezia 2016, Arca Cinemagiovani: Miglior film italiano.

“E’ morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”. Un biglietto sul frigo lasciato dalla compagna Alice (Silvia D’Amico) e la giornata comincia male per Lui (Daniele Parisi, attore teatrale al debutto cinematografico). Il protagonista è Lui, un uomo precario in tutto, forse un po’ insegnante di filosofia, forse un po’ figlio di mamma, una mamma Rosanna (Pamela Villoresi) spersa in fantasie quasi comiche della maturità, un Lui forse convivente di una ragazza con un lavoro e con gli angoli del sorriso in discesa, un Lui uno di noi, non ancora bene orientato ma attento ai segnali del mondo esterno nella pratica del vivere confuso. Quella bella mattina, Lui si sveglia con un fastidio alle orecchie, un fischio, un sibilo che non accenna a sparire. Per il soggetto è un problema fisico, per noi una metafora del “rumore” in cui siamo quotidianamente immersi e che condiziona il nostro comportamento, un rumore non solo acustico ma ambientale, funzionale, una componente avvertita in misura della diversa sensibilità culturale. Se pensate a una commedia siete sulla strada giusta, a patto che non sia la Commedia Italiana dell’era “natalizia” e “vacanziera” – una qualche coerenza interna potreste trovarla forse nei Mostri (Dino Risi, 1963) e nei Nuovi mostri (Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola, 1977)  e nei Mostri oggi (Enrico Oldoini, 2009), sempre che teniate presente come il carattere di eccezionalità dei personaggi fosse allora marcatamente paradossale, a differenza della “mostruosità” tracciata da Alessandro Aronadio (Due vite per caso 2010) col suo fischio alle orecchie di Lui. Sì, giacché Lui si aggira per la città come un normale cittadino in cerca di aiuto per il suo fastidio e s’imbatte in una serie di incontri “obbligati” che vanno a formare una catena di conseguenze, tutte nei limiti di una normalità “agghiacciante” – chissà che non debba entrarci anche il gioco del calcio, non si sa mai. Nella proporzione tra estraneità e singolarità sta il filo interpretativo della commedia che il regista ha voluto girare in bianco e nero per marcarne la qualità non-realistica, non-documentaria, proprio mentre di sequenza in sequenza emerge l’infernale verità dell’intreccio condizionale in cui ci troviamo imprigionati. Figure “curiose”, situazioni imbarazzanti, distorsione dei codici, confusione delle finalità: sembrano scenette di un giorno da pazzi, ma per Lui sono semplicemente il fastidio alle orecchie che non vuole andar via. I medici non ci pensano proprio a tentare di curarlo, provano anzi a sprofondare il paziente in abissi d’ansia sfiorando follie. Presenze grottesche raffigurano nascite di nuovi giornali (Piera degli Esposti, perfetta direttrice) in cui è previsto “L’angolo del filosofo”, mentre la memoria di Lui annaspa nel vano tentativo di rintracciare l’identità di quel Luigi morto improvvisamente. Comunque c’è un funerale al quale bisognerà partecipare, rito conclusivo non solo per il defunto bensì per Lui medesimo. Dopo un istruttivo incontro col prete che dovrà officiare la cerimonia (efficace la presenza di Rocco Papaleo nella chiesa dov’è in corso una disinfestazione dagli scarafaggi), Lui non resiste alla tentazione di identificarsi nella parte e pronuncia un discorso sul defunto, un discorso che si trasforma in una “biografia” di sé, in una confessione ristoratrice. Lo sbocco è, purtroppo, in un approdo moralistico dissonante rispetto alla posizione di vigile critica del contesto tenuta per tutto il film. Non raccontiamo, ovvio. Ma comunque resta lo spirito delle mille osservazioni circa il fischio alle orecchie di cui, chi più e chi meno, tutti soffriamo. 

Franco Pecori

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18 maggio 2017