La complessità del senso
23 09 2017

Dog Eat Dog

Dog Eat Dog
Regia Paul Schrader, 2015
Sceneggiatura Matthew Wilder
Fotografia Alexander Dynan
Attori Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Louisa Krause, Pmar J. Dorsey, Melissa Bolona, Reynaldo Gallegos, Chelcie Melton, Ali Wasdovich, Bruce Reizen, Robert Maples, Louis Perez, John Patrick Jordan, Magi Avila, Chelsea Mee, Lauren Ashley Berry, Tora Kim, Richard Fike, Phillip Shaun DeVone, Paul Schrader.

Dal romanzo di Edward Bunker un noir sul filo di un equilibrio estetico, tra violenza stereotipa – autenticamente cinematografica – e filosofia falso-nichilista: autoalimentata da sentimenti romantici possibili al cinema, in un cinema scelto come vita immaginaria, cioè vera vita formale. Ci si perdoni, ma Paul Schrader è autore ed è autore del cinema d’autore, cioè del cinema sparito, fatto di mascheramenti commerciali, di trappole distributive e di sostanza specialistica, un cinema dove ogni inquadratura rappresenta, dove ciascun film-altro che vi sia contenuto induce a legami provocatori, a verosimiglianze im-possibili. Un cinema di fantasia contrario alle “fantasie” del cinema, una sofferenza per chiunque non sia disponibile a sostituzioni profonde, vampiresche del “reale”. In definitiva, si tratta di virtualità vendute come tali, senza referenzialità soddisfacenti, si tratta di una ricerca occulta di soddisfazioni spirituali, religiose anche settarie: da American Gigolo a Lo spacciatore, a Affliction, a The Walker. Ma pure cinema scritto, le sceneggiature per Sydney Pollack (Yakuza), Brian De Palma (Obsession – Complesso di colpa), Martin Scorsese (Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo, Al di là della vita), Steven Spielberg (Incontri ravvicinati del terzo tipo). Tutto fuorché soluzioni rassicuranti, tutto purché un’ansia di redenzione abbia lo spazio di una contraddizione, di un’uscita dal quadro, di un riscatto dalla comune. E trappole ovunque. Qui basti il titolo: Dog Eat Dog. Cani voraci, alla ricerca cieca di una coscienza impossibile, disposti a giocarsi tutto per un gioco di-vertente. Il film si apre addirittura con la lettura precisa del romanzo, perché non vi siano dubbi sui limiti dell’Invenzione, meccanismo da odiare. Mad Dog (Willem Dafoe, chi altro?) ammazza per forza di cose una donna e una bambina. Chiede spazio nel quadro. Il sospetto è che non sia poi così cattivo, ma certo non possiamo dire che la maschera che non si toglie di dosso lo conduca al Paradiso. Nient’altro. Mad Dog è nel terzetto con Troy (Nicolas Cage) e Diesel (Christopher Matthew Cook), una trinità imprecisa, voluttuosamente imparentata col nulla e disperata nella speranza di sopravvivere al nulla pregesso. Sarebbe il caso di farla finita, ma sulla soglia del baratro arriva un’ultima proposta. Ancora un’ultima faccenda da sbrigare, non per niente, per il cinema. Oh c’è un boss che la pensa! semplice e definitiva: il rapimento di un bambino. Oh l’innocenza tenera per i cani! Vi pare che potra mai essere semplice? Ma fosse tutta nell’esecuzione del colpo la difficoltà! L’ostacolo è nelle facce, nelle vie di fuga espressive, nel montaggio troppo semplice non più di moda – la contiguità che produce metafora -, nell’impossibiltà di farcela persino al di quà delle complicazioni. La maschera di Cage riscatta tutte le incongruenze di altre sue interpretazioni incongrue. Finalmente. Nero, giallo, perfino commedia, i colori una volta si fabbricavano con le mani, con le materie prime. [Cannes 2016, Quinzaine des réalisateurs]

Franco Pecori

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13 luglio 2017