La complessità del senso
25 09 2017

Le cose che verranno – L’avenir

film_lecosecheverranno_lavenirL’avenir
Regia Mia Hansen-Løve, 2016
Sceneggiatura Mia Hansen-Løve
Fotografia Denis Lenoir
Attori Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob, Sarah Lepicard, Solal Forte, Elise Lhomeau, Lionel Dray, Grégoire Montana-Haroche, Lina Benzerti.
Premi Berlino 2016: Orso d’Argento reg.

“Quella cosa con la quale e senza la quale tutto resta tale e quale”, la filosofia. Giusto, se la filosofia è la materia scolastica esposta in schemi riassuntivi e memorizzata nozionisticamente. Ma vivere di e con la filosofia è tutt’altra questione. Nathalie (Isabelle Huppert) è un esempio chiaro e non allegro di come possa essere bella ma anche dura la vita vissuta a un certo grado di consapevolezza. Già, perché in fondo di questo si tratta, se si conosce il problema. Nathalie insegna filosofia in un liceo di Parigi, ha con i suoi studenti un buon rapporto dialettico. Agli studenti che protestano un po’ come fece lei nella fase giovanile preferisce suggerire la lettura del Contratto sociale di Jean Jacques Rousseau: “Se ci fosse un popolo di dèi, esso si governerebbe democraticamente. Una forma di governo tanto perfetta non è adatta agli uomini”. E passando per Pascal (“Guardo in ogni direzione, ma vedo solo oscurità”), invita i ragazzi, ancora con Rousseau, a riflettere sulla felicità: “Non si è felici che prima di essere felici”. Provate a domandare in giro: un’insegnante così vorrebbero o avrebbero voluto averla tutti. Sembra ma non è un’ovvietà, senza contare che nel film siamo in un liceo, a Parigi. E nel film siamo anche con Nathalie fuori dalla scuola. Non è una vita senza problemi. Mia Hansen-Løve conferma la sua visione cinematografica, dopo i riconoscimenti a Il padre dei miei figli (Cannes 2009) e a Un amore di gioventù (Locarno 2011). Conscia delle lezioni di autori come Rohmer e come Bresson, i quali mettono i loro film al servizio delle cose che accadono, cogliendone la portanza del senso senza estrarne psicologie dominanti e lasciando espanderne le contiguità possibili, la regista parigina (1981) conduce il racconto con grande maestria, gestendo senza priorità convenzionali (questa è l’evidenza) gli strati di valore esistenziale e culturale, personale e sociale. E’ evidente anche al primo sguardo come i minimi gesti della quotidianità siano indicatori di complesse situazioni interne, di linguaggio e di sentimento. Ed è il miracolo del cinema, quando riprese e montaggio non ricalchino prescrizioni generiche. Ovvio che fa pertinenza e circostanza la presenza (intesa in senso forte) di un’attrice come Isabelle Huppert, col suo specifico dinamismo “inestinguibile”, con la capacità di conservare il dubbio in ogni piccola decisione presa con apparente fermezza. L’avvenire è un problema, questo è il problema. Si tratta, specialmente qui, di un futuro non delineato né delineabile per via di una radice che diremmo antonioniana della messa in scena, secondo il criterio portante del livellamento ontologico, in Antonioni della realtà oggettuale e ne L’avenir della realtà comprensiva: delle persone, degli ambienti, delle tensioni, dei sentimenti. Si veda il rapporto di Nathalie con il suo ex allievo, Fabien (Roman Kolinka). Il giovane è l’altra faccia di Heinz (André Marcon), il marito conservatore, kantiano della Ragion Pratica (“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”). Il film non arriva esplicitamente alla critica dei linguaggi, ma osservando si capisce bene che la professoressa e Fabien non consumeranno: il loro linguaggio, perfino quello del corpo, ha preso strade diverse. Né collettivo né individualismo sono le chiavi giuste in questo contesto. Continua “sottopelle” l’inquietudine rousseauiana, “Guai a chi non desidera più niente” e forse nemmeno la felicità di divenire nonna potrà colmare l’ansia vitale dell’Avvenire. L’ultima inquadratura rimanda, non riassume, non conclude.

Franco Pecori

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20 aprile 2017