La complessità del senso
22 11 2017

L’altro volto della speranza

Copia di ART WORK KAURISMAKI INGLESE-2 copiaToivon tuolla puolen
Regia Aki Kaurismäki, 2017
Sceneggiatura Aki Kaurismäki
Fotografia Timo Salminen
Attori Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Kaija Pakarinen, Niroz Haji, Simon Hussein Al-Bazoon, Tuomari Nurmio, Kati Outinen, Tommi Korpela.
Premi Berlino 2017: Orso d’Argento reg.

Nel cinema di Aki Kaurismäki la metafora non è prescritta e tra le due vie, della contiguità e dell’analogia, l’autore sceglie la prima. La distinzione è indispensabile se si vuol parlare, come giustamente si fa per i film del regista finlandese, di stretta economia del piano espressivo. Per chiarire: non è che il Barocco non abbia una sua economia, nel cinema di Fellini o di Carmelo Bene non v’è “sciupìo”; si tratta piuttosto di altre economie del linguaggio, volte a produrre senso secondo altre strategie del gusto. Mezzo e prodotto vanno insieme per forza di cose. Perfino la ridondanza formale può funzionare, a patto che ad essere ridondante non sia il risultato, il senso. Stabilito che il cinema di Kaurismäki non sia più cinema di altri grazie alla sua “economia”, registriamo come lo stile dell’autore raggiunga qui la vetta dopo prove come L’uomo senza passato (2002) e Miracolo a Le Havre (2011). Senza il bisogno di sfornare film ad ogni ricorrenza natalizia, l’autore “si limita” a riflettere sulla situazione in cui si vive nel vecchio continente, dove s’incrociano i destini vecchi e nuovi del mondo. L’altro volto della speranza trasmette con agghiacciante ironia il moltiplicarsi di una complementarietà storica tra facce non più capaci di tenersi insieme nella medesima medaglia. Mentre le situazioni del film sembra stiano andando a comporre un quadro drammaticamente unitario, la sospensione generata appunto dalla semplice contiguità delle sequenze porta a un finale più comico che drammatico e/o più drammatico che comico. Spetta allo spettatore scegliere la preferenza: un compitino da niente. Il bello del film sta pure nelle risate, contenute e indigeribili, che comunque possono scaturire dalla lettura cinica dei casi narrati. I personaggi i cui destini fatalmente si incrociano a Helsinki – punto Nord di un Sud stremato e disperso a mezz’aria tra religioni e gastronomie – formano un tessuto umanistico/economico estremo nella fattura, in cui caso e piccola quanto disperata determinazione producono forse l’unica possibile resistenza contro l’aprospettico disegno che la storia attuale propone al nostro sguardo smarrito. Dunque siamo a Helsinki. Da una montagna di carbone in transito sbuca un siriano, Khaleb (Sherwan Haji), in fuga dai teatri di morte; fugge invece dalla malinconia di un matrimonio consunto il rappresentante di camicie Wikström (Sakari Kuosmanen) e si affida al poker. Le carte gli danno ragione e Wikström cambia vita, compra e riapre un ristorante, dando così anche ossigeno al personale di sala e di cucina rimasto senza lavoro. In attesa di ritrovare la sorella dispersa in Lituania, Khaleb, meccanico di Aleppo, si adatta all’evoluzione dei gusti, dal sushi alla cucina indiana, e sopporta le aggressioni di nazisti animaleschi che sbucano dagli angoli delle strade come frutti della natura. Gente che cambia vita chiede asilo in Finlandia. La speranza è l’ultima a morire. Si è parlato di capolavoro, ma qui perfino il termine suona stonato.

Franco Pecori

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6 aprile 2017