La complessità del senso
26 09 2017

Life – Non oltrepassare il limite

film_lifenonoltrepassareillimiteLife
Regia Daniel Espinosa, 2017
Sceneggiatura Rhett Reese, Paul Wernick
Fotografia Seamus McGarvey
Attori Jake Gyllenhaal, Ryan Reynolds, Rebecca Ferguson, Hiroyuki Sanada, Ariyon Bakare, Olga Dihovichnaya.

Mentre la scienza si mostra determinata a non più fantasticare troppo sulle possibilità di vita su Marte (vedi le recenti ipotesi dell’astrobiologo cileno Armando Azua), un film di fantascienza vuol sembrare più vicino alla realtà di quanto i precedenti prodotti per il grande schermo non abbiano fatto finora. Con Life Daniele Espinosa (nel 2014 Chil 44 smascherava il tentativo nell’Urss degli anni ’50 di nascondere l’attività di un serial killer di bambini) s’incarica di stoppare i possibili ottimismi sul tema della “infiltrazione” aliena nel nostro mondo. Il sottotitolo  italiano avverte imperiosamente di “non oltrepassare il limite” nel trattare questioni di Vita. Qui da noi o nell’universo non v’è differenza. Il finale del film, che non riveliamo, lascia perplessi, non tanto per un’inaspettata inversione di situazione quanto per il destino riservato a una delle donne dell’equipaggio della stazione spaziale internazionale, Miranda North (Rebecca Ferguson). Sembrerebbe, caso rarissimo, un finale tutt’altro che lieto, ma come non essere portati a prevedere, in un non lontano futuro, un seguito a sorpresa? E comunque, come non cercare un “secondo” significato, che inviti ad articolare una riflessione non meccanica sulle conseguenze della vicenda narrata? La vita del titolo è quella di Calvin, lo battezzano così i sei componenti dell’equipaggio: è il reperto microscopico pervenuto da Marte, un citoplasma che si rivelerà presto una forma di vita capace di sviluppo rapido e molto negativo per gli umani. Durante quasi tutto il film, il pericolo, molto grave e mortale, è circoscritto alla stazione spaziale. E siamo nella “normalità” espressiva/spettacolare della vita nel cosmo, assenza di peso, attrezzatura funzionale ad altissimo livello, senso di “avanzamento” tecnologico. Senonché, le cautele scientifiche non bastano a proteggere il team spaziale dall’aggressività inaspettata dell’essere marziano (la forma è di uno strano polipo forzuto e inesorabilmente adesivo). Il genere thriller s’insinua in maniera progressiva e, proprio per questo, tutto sembra andare verso una fine prevedibile. Miranda, prima che sia troppo tardi, lancia un messaggio verso Terra, poche parole che in sintesi dicono: se l’alieno arrivasse laggiù in maniera incontrollata, senza di noi, fatelo fuori con ogni mezzo. Poi  vediamo il Dott. David Jordan (Jake Gyllenhaal) passare brutti momenti, molto brutti, e ci aspettiamo che l’irreparabile avvenga. Il problema è che Espinosa decide di farlo avvenire in modo “sconvolgente”. Non riveliamo, ma diciamo che siamo indotti a domandarci: che cosa avrà voluto dire il regista? Qualcuno vorrà tranquillizzarci, dicendo che, in fondo, un regista può anche scegliere soluzioni a sorpresa senza che queste comportino speciali indicazioni “filosofiche”. Il fatto è che noi siamo tra quelli che non pensano sia possibile leggere un segno che, in quanto tale, non abbia un senso. “Non oltrepassare il limite”, dice il sottotitolo del film: ci deve bastare? O ci deve bastare di sapere che, all’occorrenza, faremo fuori con ogni mezzo il “visitatore” inatteso? Un po’ di ansia, ammettiamolo, ci prende nel dubbio che forse potremmo non avere il “mezzo” giusto e sufficiente. Figuriamoci se ci trovassimo a dover proseguire, per forza di cose, un viaggio negli spazi profondi e completamente ignoti, come non è escluso che il film di Espinosa possa ipotizzare.

Franco Pecori

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23 marzo 2017