La complessità del senso
22 11 2017

Identikit di un delitto

film_identikitdiundelitto.jpgThe Flock
Wai-keung Lau, 2007
Richard Gere, Claire Danes, Avril Lavigne, Ed Ackerman, Dwayne L. Barnes, Josh Berry, Frank Bond, Twink Caplan, Susan Conklin, Erik Davies, Victoria Gallegos.

La perversione sessuale può non avere confini, sia in estensione che in profondità. Basta considerare il comportamento di quanti, in libertà vigilata per misfatti pregressi, sembrano non riuscire a liberarsi della propria ossessione. È un mondo difficile da decifrare (i poliziotti americani lo chiamano “The flock”) quanto direttamente malvagio nelle sue forme più apparenti. Lo sguardo di Lau, regista di Hong Kong (Infernal affairs, The park) che ora debutta ad Hollywood, produce un misto di azione e psicologia di semplice lettura, tanto che risulta perfino controproducente una certa smania di “chiarezza” didascalica, espressa in tali riflessioni ad alta voce: «Se combatti troppo a lungo contro i draghi diventi un drago». In effetti il rischio c’è e lo si avverte nei protagonisti per tutto l’arco della vicenda. Il poliziotto Errol Babbage (Gere), sfinito da lunghi anni passati a contrastare i delitti sessuali, viene prepensionato e, proprio mentre sta preparando la giovane Allison (Danes) a suddedergli nell’incarico, si trova a risolvere un ultimo caso, il rapimento di un ragazzo. Seguendo e perseguendo, se ne vedono della belle (brutte). Il pretesto non è nuovo – l’esempio più recente è in Tropa de elite (di Josè Padilha, Orso d’Oro a Berlino 2008), col capitano Nascimento (Wagner Moura) il quale, prima di lasciare gli Squadroni della morte (la moglie è incinta e lo vuole tutto per sé), cerca un sostituto e intanto affronta gli ultimi affanni. E anche lì se ne vedono. L’identità di questo Identikit sta nella prestazione di Gere e nello stile di Lau. I due elementi, formali, vanno insieme a realizzare un tutt’uno ben definito. Mentre l’attore convince il pubblico circa le proprie possibilità interpretative (vicine al recente The hunting party quanto lontane dall’antico Shall We Dance?), il regista lo attrae con espedienti tipici del cinema “orientale” di ultima generazione, per esempio le “scudisciate” di flash che ad intervalli regolari, nei picchi dell’azione, guidano alla lettura anche “interiore”. La cifra stilistica complessiva risulta alquanto ingenua e, in questo, non fa che confermare l’ovvietà della sostanza del contenuto. Sì, perché anche una problematica pesante, drammatica e sociologicamente rivelante, può risolversi in una battuta divulgativa. Il che non vogliamo dire che sia un male assoluto.

Franco Pecori

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15 agosto 2008