La complessità del senso
22 09 2017

Elle

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Regia Paul Verhoeven, 2016
Sceneggiatura David Birke
Fotografia Stéphane Fontaine
Attori Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Charles Berling, Virginie Efira, Judith Magre, Christian Berkel, Jonas Bloquet, Alice Isaaz, Vimala Pons, Arthur Mazet, Raphaël Lenglet, Lucas Prisor, Hugo Conzelmann, Kwan Stéphane Bak.
Premi Golden Globes 2017: Film str., Isabelle Huppert atrdr.

Una donna subisce violenza sessuale. Può anche goderne? Per il cinema, la risposta dovremmo lasciarla ai tanti disponibili al botteghino delle cinquanta e cinquanta riduzioni erotiche? Una montagna di semplificazioni, di stratificazioni del senso, rischia di oscurare le possibili prospettive dell’estetica. Diciamo estetica non come filosofia del Bello, ma – prima – come possibilità di giudizio circa la traducibilità e sulla traduzione di un rapporto tra diverse oggettualità (culturali, storiche). Vogliamo anche dire che, di fronte a un film, non è giusto affrontare il tema in questione sul piano del materiale profilmico – romanzo, soggetto, sceneggiatura, scenografia (il romanzo da cui, di Philippe Djian, s’intitola “Oh”, la stessa espressione di una certa pubblicità per un’auto in vendita) -, lasciando alla diegesi cinematografica il “resto” delle responsabilità sul valore dell’opera. Qui la diegesi segna comunque un punto in cui lo stupro, previsto e “riatteso” dopo il primo evento, si vada trasformando in “valore” nell’intimità della vittima. Qui è la classica difficoltà del cinema nel “mostrare” direttamente l’interno delle sensazioni – del resto, sarebbe mai possibile offrire la resa “diretta” di una sensazione, di un sentimento, senza darne la forma della traduzione? Fatto sta che Isabelle – è lei la donna – spia il suo vicino dalla finestra con un binocolo e si tocca, suggerendoci di immaginare la propria immaginazione e il godimento attuale e prospettico. Questa non è una grande invenzione di Paul Verhoeven (lo stesso regista di Basic instinct 1992), senonché il contributo della protagonista ribalta la valenza del risultato espressivo, restituendo allo spettatore un orizzonte estetico/tematico più ampio, meno ritagliato, meno semplificabile. Il merito della grande arte di Isabelle Huppert (incredibilmente retrocessa in sede di Oscar, rispetto al primato nei Golden Globe) è di prendere su di sé la responsabilità di evitare la riduzione della metafora complessiva del film a un senso diretto e didascalicamente “universale”. L’attrice sa contenere in sé, nel proprio corpo, nella propria espressione – movimenti, tempi, libertà degli sguardi e delle esclusioni, ellitticità delle scelte – l’ambiguità del vivere, restituendo con fare “diretto” la ricchezza allusiva dell’azione. Altrimenti, avremmo avuto forse la “storia vera” di una donna segnata dal pregresso famigliare, dalla violenza del padre psicopatico, ecc. Non è certo assente un apporto artistico della regìa. Pur non essendo un Polanski (Repulsione 1965) né uno Chabrol (Il tagliagole 1969), Verhoeven inquadra con sufficiente consapevolezza la complessità della scena, con senso drammatico e con umorismo intriso di una coinvolgente carica thriller – una per tutte la sequenza della cena di Natale, in cui siedono a tavola commensali toccati dalla spinta di un destino esplosivo insito nelle cose, nel contesto (anche un pizzico di Buñuel, se vogliamo) di un paradosso inevitabile quant’è inevitabile (sempre) la contraddizione dei ruoli. Già, i ruoli della nostra vita, la loro “giocabilità” nelle diverse situazioni – jouer un rôle, si dice in francese. Fuori (fuori?) dallo stupro, Isabelle è una produttrice di videogiochi di successo, al centro della parte attiva della ricchezza e della lussuosità che nella massa di consumatori si tradurrà nello spasso dell’immedesimazione, nell’alienante sfida meccanica, riproduttrice (cancellatrice) di “realtà”, o – se si vuole – catturatrice di Pokémon. Esaurita la fase stupro – nel modo che non riveliamo, sorprendente non più di altri aspetti del film, nascite e morti comprese – la vita sarà pronta a riassorbire l’intreccio dei ruoli. Siamo tutti invitati a guardarci attorno, per la sfida quasi impossibile della tipicità. Istinto e intelletto si nutrono di sesso, diremmo di sensibilità, in una partita i cui giocatori possono sempre rimeritare Malebolge dantesche. Non sarà una novità, ma di Isabelle ce n’è una. [In concorso a Cannes 2016 e presentato a Torino, sezione Festa Mobile]

Franco Pecori

 

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23 marzo 2017