La complessità del senso
17 11 2017

Libri, Giuseppe Bertolucci

Rileggendo un prezioso Castoro…

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Giuseppe Bertolucci con Mariangela Melato
sul set di Oggetti smarriti, 1979.

Non tutti ce l’hanno. La passione per il cinema fu forte e profonda in Giuseppe Bertolucci, parmigiano (1947-2012), fratello minore di Bernardo. Sceneggiatore, regista innamorato del lavoro, il suo contributo, a rivisitarlo, è sempre riconoscibile soprattutto per la nobiltà artistica del risultato. Ci capita tra le mani la monografia – scritta in italiano – dedicata da Massimo Giraldi per la serie Il Castoro Cinema (1999) all’autore di Berlinguer ti voglio bene, Segreti segreti, Tuttobenigni, Troppo sole e allo sceneggiatore di Novecento, La luna, Non ci resta che piangere. Prima che il Terzo Millennio avesse inizio e si spalancassero le porte alle rivalutazioni delle mediocrità di genere e al degrado del giudizio estetico in nome del progressivo e trionfante cazzeggio critico/culinario, Giuseppe Bertolucci fece in tempo a lasciare traccia di un rapporto autentico col mezzo espressivo: “Storie diverse e forme narrative insolite”, dice Giraldi. Ed è chiave giusta: è osservazione anche minuta della vita, da vicino e dal di dentro, cogliendo spunti poetici mai a sé stanti, utili a comprendere lo stato delle cose, sguardi non separati dagli affetti usuali. Il libro si legge come un racconto e si capisce subito il punto specifico di partenza, la visita a un autore attento alla dimensione interiore, riflessiva. I film di Giuseppe Bertolucci – non sarebbe un gran rischio se si dicesse “del Bertolucci” – non sono grandi narrazioni, non trasferiscono grandi visioni, ma – scrisse una volta Maurizio Porro da Venezia, dov’era in programmazione Il dolce rumore della vita (1999) – sono “un sogno fatto con la pasta del cinema”. Oggi, 2017, è occasione d’oro riaccennarne, mentre l’onda della commedia italiana inguardabile ci vuole sommergere e mentre il riflusso globale impazza sulla collina di Hollywood. Non è inutile spigolare fra le dichiarazioni di Bertolucci che precedono, come da programma editoriale, il saggio di Giraldi; e ci riconducono – dice lo stesso autore – “sui sentieri appartati e desueti della sperimentazione e della marginalità”. 

OGGETTI SMARRITI (1979) – Mi piace molto questo titolo perché descrive fedelmente l’immagine che io ho dei miei film o forse del cinema in generale. Che altro sono infatti i film se non gli oggetti strettamente personali, dimenticati da qualche parte, che gli estranei (il pubblico) trovano per caso? 

SEGRETI SEGRETI (1984) – Conosciuto per essere uno dei pochissimi film sul terrorismo realizzati in Italia. […] Un film che però – a mio parere – parla d’altro. Parla del labirinto dei tempi narrativi, del mistero dell’alterità femminile, delle insolubili contraddizioni della moralità (il pentitismo), del rapporto pubblico-privato. […] Il film ha poi, credo, un altro merito: è uno dei pochissimi prodotti d’autore in un panorama cinematografico nazionale in quel momento assolutamente sommerso dalla mediocrità e dal cinema-spazzatura. Un gesto di resistenza. […] Non ci si è arresi di fronte allo strapotere di Edwige Fenech e di Alvaro Vitali.

STRANA LA VITA (1987) – La lezione che ho tratto da Strana è la vita è che non si può, non si deve fare un film infelice sulla infelicità, come non si deve fare un film noioso sulla noia, vale a dire che un autore deve impedire in tutti i modi che l’oggetto profondo del film tracimi dagli argini del racconto allargandone e sommergendone l’apparato formale.

Franco Pecori

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5 febbraio 2017