La complessità del senso
21 09 2017

La terra degli uomini rossi

film_laterradegliuominirossi.jpgLa terra degli uomini rossi – Birdwatchers
Marco Bechis, 2008
Abrisio da Silva Pedro, Alicelia Batista Cabreira, Claudio Santamaria, Matheus Nachtergaele, Ademilson Concianza Verga, Ambrosio Vilhava, Chiara Caselli, Fabiane Pereira da Silva.
Venezia 2008, in concorso.

Divulgativo. Se Claude Lévi-Strauss non avesse avuto  un’idea nuova delle culture “primitive” non avrebbe scritto i saggi raccolti già nel 1958 in Anthropologie structurale – tradotto poi in Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano, 1966. Ma non è detto che gli appassionati di cinema, pur frequentatori di festival, debbano essere esperti della materia. Utile quindi, ancora oggi, qualche nozione di base, per esempio sulla funzione degli sciamani; e soprattutto la notizia che nel 2008, nel Mato Grosso do Sul, in Brasile, gruppi di indios come i Guarani-Kaiowà, siano relegati nelle riserve e venga contrastato ogni loro tentativo di accamparsi nelle terre di origine. Quelle terre sono dominate ormai da alcune generazioni dai ricchi fazendeiros, agricoltori e, insieme ai turisti di passaggio, osservatori di uccelli (birdwatchers). Reclutati come bassa manovalanza per la raccolta di canna da zucchero, gli indios tendono tuttavia a conservare la propria dignità, condensando spesso in forme drammatiche (fino al suicidio dei giovani) il disperato isolamento. Situazione ingiusta, ovvio. Bechis, regista di madre cilena e di padre italiano, autore di Hijos (a Venezia nel 2001, sezione Cinema del presente), film di denuncia sulla vendita, in Argentina, di figli di desaparesidos alle famiglie vicine al governo dei colonnelli, si muove a cavallo tra lo stile documentario e la fiction, utilizzando la notevole “presenza” di personaggi presi dalla vita reale. L’innesto di due professionisti come Santamaria e Caselli non disturba l’equilibrio della finzione. I Guarani sembrano perfettamente a loro agio. Per paradosso, il film soffre della sua nobile angolazione culturale, non riuscendo a concretizzarsi, specie nei “picchi” della sceneggiatura, in adeguate soluzioni espressive. Purtroppo il doppiaggio, in un italiano da cui traspare un qualche imbarazzo “televisivo”, pesa negativamente sul senso di autenticità. L’effetto è contrario, ma equivalente, a quello ottenuto nel 2006 da Mel Gibson con Apocalypto, film recitato in una delle antiche lingue dei Maya, lo yucateco. Il finale, poi, con l’ultradidascalica “rinuncia” al suicidio del giovane apprendista sciamano, fa rimpiangere il vano inseguimento dei Cheyenne da parte della cavalleria del capitano Archer (Richard  Widmark), a cui John Ford assegnava il compito di impedire ai pellerossa il rifiuto della riserva in Oklahoma (Cheyenne Autumn – Il grande sentiero, 1964). 

Franco Pecori

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2 settembre 2008