La complessità del senso
23 11 2017

La mia vita da Zucchina

film_lamiavitadazucchinaMa vie de courgette
Regia Claude Barras, 2016
Sceneggiatura Céline Sciamma, Germano Zullo, Claude Barras, Morgan Navarro
Fotografia David Toutevoix
Attori Animazione Stop Motion

Storia di una doppia adozione. Un poliziotto molto gentile, rimasto solo (il figlio lontano non lo vede più) accoglie in casa un bambino (Zucchina è il soprannome) e una bambina (Camille) prelevandoli dall’orfanotrofio dove ha solitamente l’incarico di accompagnare i piccoli colpiti da disavventure famigliari gravi. La casa famiglia in cui Zucchina viene trasferito dopo aver provocato la morte accidentale della mamma – una donna sola e vittima dell’alcol – è una struttura modello che possiamo definire “da sogno”, un po’ come i prati verdi perfettamente curati o le strade monde da qualsiasi rifiuto che occupano la nostra immaginazione quando pensiamo alla Svizzera, patria del regista. Claude Barras, nato a Sierre nel 1973, dopo un corto di grande successo, The Genie in a Ravioli Can, ha realizzato nel 2016 il suo primo lungometraggio utilizzando ancora la tecnica Stop Motion. Rispetto alle altre forme di animazione, il movimento ottenuto agendo fotogramma per fotogramma dà un risultato di accentuata straniazione. Una sorta di continua sottolineatura della differenza dal “reale”, comporta automaticamente un invito verso lo spettatore a riflettere sul contenuto e sulle sue forme – e sul tipo di società necessaria per le forme di casa famiglia quali possiamo notare seguendo il destino di Zucchina e compagni.  Questo non significa che le figure dei protagonisti non si propongano con caratteristiche poetiche importanti: basti pensare ai grandi occhi dei sette bambini che animano la storia. Tuttavia colpisce soprattutto l’esemplarità del loro essere riguardo a una situazione (l’orfanotrofio) che spesso viene considerata – secondo lo stesso regista – come “opprimente”, al contrario del mondo esterno, visto come “sinonimo di libertà”. Si aggiunga il segno stilistico della durata delle inquadrature, in certi momenti addirittura “trattenute” al limite estremo, “luoghi” della riflessione che fanno pensare a un pubblico ideale piuttosto maturo. Dal tutto risulta ridotta la distanza del film dal libro da cui trae ispirazione, Autobiografia di una zucchina, di Gilles Paris (ed. Piemme). 

Franco Pecori

 
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2 dicembre 2016