La complessità del senso
21 09 2017

Genius

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Regia Michael Grandage, 2016
Sceneggiatura John Logan
Fotografia Ben Davis
Attori Colin Firth, Jude Law, Nicole Kidman, Laura Linney, Guy Pearce, Dominic West, Vanessa Kirby, Demetri Goritsas, Elaine Caulfield, Sophia Brown, Miquel Brown, Angela Ashton, Eve Bracken, Lorna Doherty, Katya Watson, Makenna McBrierty, Mark Phillimore.

Da una traccia biografia emergono tematiche di critica letteraria e soprattutto di estetica nel senso teoretico non facilmente riconducibili a una struttura drammaturgica, quale si vede emergere nella progressione del racconto. Il riferimento biografico – dalla biografia firmata da Andrew Scott Berg, “Max Perkins, l’editor dei geni” – riguarda la letteratura americana degli anni in cui vengono lanciati scrittori come Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Thomas Wolfe. Siamo a cavallo tra i ’20 e i ’30 del secolo scorso, periodo della irresistibile esplosione delle avanguardie artistiche e degli studi* del linguaggio, in America e in Europa. Il pluripremiato regista e produttore teatrale inglese Michael Grandage (Yorkshire, 1962) debutta in grande stile nel cinema, affidando a un cast di primissimo ordine la storia dell’incontro e dell’amicizia tra Tom Wolfe e l’editor della Scribner’s Son, Maxwell Perkins. Max (Colin Firth) ha già scoperto il talento di Fitzgerald ed Hemingway quando, raccomandato dalla scenografa Aline Bernstein (Nicole Kidman), arriva a lui Tom (Jude Law) con il voluminoso dattiloscritto che tutti gli editori di New York hanno rifiutato. Wolf è un ciclone, la sua scrittura è debordante, ci sarà molto da tagliare e da correggere e subito si delinea la questione fondamentale: «Il mondo ha bisogno di poeti», dice Wolfe, «Il mio lavoro è di mettere buoni libri nelle mani dei lettori», ribatte Perkins. Non è certo un confronto semplice giacché c’è di mezzo il tipo di scrittura di Tom, un romanzo ma col tono e lo stile poetico di un autore che vuole attingere sostanzialmente al proprio intimo, alla propria esclusiva esperienza di vita, esperienza poetica profonda: «Non c’è altro modo per scrivere». Di contro, l’editor punta a un’accettabile chiarezza e fruibilità della storia da raccontare. Tuttavia Max viene affascinato dalla personalità e dalla scrittura di Tom. Sensibile ma ordinato ed equilibrato il primo, “rivoluzionario” ed egocentrico il secondo, i due protagonisti conquistano la scena procedendo sul comune binario della passione letteraria. Viaggiano in treno recitando brani della Tempesta di Shakespeare, discutono delle poetiche di Proust e Joyce, fanno conoscenza delle rispettive donne. Colma di ansie e di slanci amorosi è Aline, la quale per Tom ha lasciato il marito. Moglie e madre di famiglia è Louise Saunders (Laura Linney), la quale per Max ha rinunciato a scrivere per il teatro. I loro uomini si concentreranno progressivamente troppo sul progetto di quel manoscritto da trasformare. Dal primo titolo, “O Lost” (Perduto spirito), si arriverà al titolo del romanzo di successo, “Look Homeward, Angel” (Angelo, guarda il passato), sarà un duro lavoro che da una parte coinvolgerà Max nel “viaggio” di Tom all’interno della propria avventura umana ed espressiva mentre dall’altra offrirà allo scrittore la prima grande soddisfazione. La vita di Wolfe cambierà? Intuibile la svolta, con tutti i rischi dell’approdo lungo la sponda delle mitologie, con la crisi tra Tom e Aline, con i momenti di consapevole riflessione tra Perkins e sua moglie. Molto bravi i due attori nella gestione dei rispettivi caratteri, nel dare vita a due figure corpose, due linee divergenti e complementari insieme, due aspetti del medesimo e inestricabile problema estetico. Dopo la prima prova, quando si mette al lavoro per il nuovo romanzo, lo scrittore è in grado di assorbire con maggiore coscienza la distanza dal risultato e grande sarà il merito dell’editor: tagliare, correggere, sostituire, eliminare la retorica, le ripetizioni, le digressioni. Il “conflitto” tra i protagonisti si fa teatrale, con scene e sequenze ad effetto, come quella in cui Tom trascina Max in un locale dove si suona il jazz (caldo), musica alla quale Perkins contrappone nientemeno che “Flow gently, sweet afton”, melodia tradizionale scozzese. Tom sbotta: «Al diavolo le forme standard, al diavolo Flaubert e Henry James!», poi ubriaco sfogherà su Max la gelosia verso Hemingway (Dominic West) e Fitzgerald (Guy Pearce), a proposito dei tagli al proprio lavoro: «A loro non faresti questo». Sono scene un po’ schematiche, col risultato di un effetto semplificazione che rischia di sminuire la portata del tema profondo. Ma possiamo, anche a nome dei molti lettori del best seller che ne uscirà – il famoso “Of Time and The River” (Il fiume e il tempo) -, rimandare a momenti più riflessivi un riesame di problematiche letterariamente coinvolgenti, verso i contemporanei autori di “The Great Gatsby” e di “The Beautiful and Damned”, e riprendendo magari con più calma battute come  quella di Wolfe a Perkins, sulla lunghezza di “Guerra e Pace”: «Grazie a Dio, Tolstoj non ti ha conosciuto, avremmo avuto un fantastico romanzo: Guerra e nient’altro». Al dunque, il genio è il prodotto dell’incontro tra le due figure, tra le due istanze interne all’attività creativa: libertà/autenticità d’espressione e controllo dell’economia/efficacia espressiva. [Festa del Cinema di Roma 2016, sezione Tutti ne parlano]

Franco Pecori

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9 novembre 2016