La complessità del senso
17 10 2017

La ragazza senza nome

film_laragazzasenzanomeLa fille inconnue
Regia Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2016
Sceneggiatura Jean-Pierre e Luc Dardenne
Fotografia Alain Marcoen
Attori Adèle Haenel, Olivier Bonnaud, Jérémie Renier, Louka Minnella, Christelle Cornil, Nadège Quedraogo, Olivier Gourmet, Pierre Sumkay, Ives Larec, Ben Hamidou, Laurent Caron, Fabrizio Rongione, Jean-Michel Balthazar, Thomas Doret, Marc Zinga.

Giovane e brillante medico, la dottoressa Jenny Davin (Adèle Haenel) preferisce dedicarsi al piccolo ambulatorio della struttura pubblica, dedicando a ciascuno dei suoi pazienti uguale cura e premura, recandosi anche nelle loro case e insomma impersonando un po’ la figura ormai in gran parte cancellata del medico che personalizza la missione di Ippocrate. Una sera, mentre l’orario di ambulatorio è già scaduto da un’ora, Jenny sta rimproverando lo stagista Julien (Olivier Bonnaud), per la sua improvvisa svogliatezza, provocando in lui una reazione forse un po’ esagerata, qualcuno bussa alla porta e la dottoressa, presa dall’irritazione del momento, ritiene di non dover aprire. Scoprirà di aver negato aiuto a una ragazza che si era attaccata al citofono fuggendo disperata da una qualche persecuzione: una ragazza senza nome, priva di documenti, trovata poi morta a poche decine di metri dal portone dell’ambulatorio. Si sa che la cinepresa dei fratelli Dardenne ha un occhio sensibile verso la “normalità” penosa di personaggi immeritevoli della vita “ingiusta” e in lotta per la sopravvivenza quotidiana (Rosetta L’enfant Palma d’Oro a Cannes 1999 e 2005). Col passare degli anni, la produzione dei due registi riguarda sempre più da vicino il destino minimo dei protagonisti, lasciando nel Sottinteso il referente sociologico, come se l’obbiettivo venisse attratto da quelli che del contesto sarebbero gli esiti minimi registrabili. Prima conseguenza apparente è una sorta di “cancellazione” dei nodi classici del cinema – azione o thriller o giallo che sia – e l’emersione di aspetti di minore impatto nel narrare. La tensione del racconto sembra placarsi in una “pausa” inessenziale che finisce per occupare l’intero film. Non è il segno di una sopraggiunta stanchezza autoriale, è invece l’accettazione creativa di un vago sentore di umanità perduta, è il sentimento di una situazione “insopportabile” che ricade sulle spalle di ciascuno, dei registi e degli spettatori, di chiunque si trovi a passare dalle parti del film/cinema e, inseguìto da minacce opprimenti, cerchi aiuto, bussi al citofono dell’ambulatorio che non c’è più. E Jenny non apre. E la sua coscienza è turbata, tanto che la professionista lascia il passo alla donna per un’indagine indispensabile: non può essere che in questo mondo una ragazza muoia senza che nessuno possa mai più sapere chi vi sia sotto il mucchietto di terra. Mentre Jenny avvia la sua indagine, il cinema dei due autori belgi si rivolge a se stesso, usa la protagonista per indicare il proprio oggetto, il riferimento culturale più vago e più precisato che vi possa essere, una ragazza senza nome. La polizia la conosce e dà un nome sbagliato a Jenny, un ragazzino e la sua famiglia conoscono la vicenda e ne vengono sfigurati, uomini anziani ne hanno approfittato e si perdono in un buio attuale non rischiarabile. È il “senza nome” che attende di essere rivelato, che esige di farsi figura risarcibile. E cinema emozionato senza troppo darlo a vedere.

Franco Pecori

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27 ottobre 2016