La complessità del senso
21 09 2017

Savage Grace

film_savagegrace.jpgSavage Grace
Tom Kalin, 2007
Julianne Moore, Stephen Dillane, Eddie Redmayne, Elena Anaya, Barney Clark, Hugh Dancy, Abel Folk, Unax Ugalde, Belén Rueda.

Se in un film madre e figlio hanno rapporti intimi, si può anche pensare alla tragedia greca, ma non è detto che questo abbia a che fare con l’arte. Avrebbe a che fare se nel film vi fosse catarsi. Qui si tratta semplicemente (si può controllare nel libro di Natalie Robins e Steven ML Aronson, Savage Grace) della storia di Barbara (Moore), americana che viene dal basso, scala posizioni fino a piazzarsi accanto al ricco Brooks Baekeland (Dillane), figlio dell’inventore della bakelite, e resiste alle provocazioni della società “bene” (virgolette necessarie), infischiandosene della carenza di buoni sentimenti da cui è caratterizzata la propria quotidianità. Tony (Redmayne), il figlio, è il prodotto della casa. Nato e cresciuto in un certo modo (equivoco), ha il destino segnato. Si direbbe un destino tragico, se tragedia (con catarsi) vi fosse. Ma il film mostra nulla più che una serie di eventi imbarazzanti. Julianne Moore è più che mai “lontana dal paradiso”, ambirebbe forse all’inferno, ma le chiavi le hanno Dante, Faust e alcuni loro colleghi. Nessuno vuole saperne di aprire la porta. Sicché la miseria (morale) resta miseria. Nemmeno lo stupore, quello della Borghesia, arriva, giacché: dov’è la Borghesia da stupire (épater)?

Franco Pecori

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20 giugno 2008