La complessità del senso
22 09 2017

Tropa de elite – Gli squadroni della morte

film_tropadeelite.jpgTropa de elite
José Padilha, 2007
Wagner Moura, Caio Junqueira, André Ramiro, Milhem Cortaz, Fernanda Machado, Maria Ribeiro, Fabio Lago, Fernanda de Freitas, Paulo Vilela, Marcelo Valle, Marcello Escorel, André Mauro, Paulo Hamilton, Thogun.
Berlino 2008, Orso d’Oro.

Sulla scia delle polemiche suscitate a Berlino per la rappresentazione della violenza a Rio de Janeiro tra squadre speciali della polizia e trafficanti di droga nelle favelas e anche all’interno del corpo di agenti militarizzati e superaddestrati, arriva nelle sale il film che ha spopolato in Brasile e che del Brasile dà un’immagine indubbiamente controversa. Già il fatto che Padilha, partecipando alla sceneggiatura ha lavorato insieme a Braulio Mantovani, lo sceneggiatore di City of God (Fernando Meirelles, 2002), è un segnale di senso abbastanza chiaro. Col film di Meirelles ci si poteva fare un’idea della situazione di vita drammatica nelle baraccopoli di Rio e in particolare nella Cidade de Deus, il “quartiere-scuola” di tanti bambini sulla via della delinquenza. Con Tropa de elite il tema si specifica sul versante del dominio poliziesco. I risultati artistici a tratti sbalzano lo spettatore al di sopra delle righe e c’è il rischio di ritrovarsi dalla parte della violenza “d’ordine” (torture comprese) quasi senza accorgersene, a causa del potere “anestetico” che le immagini possono avere sulla coscienza tramite certe sottolineature esasperate. «Nel film non ci schieriamo con nessuno, diamo spazio alle storie che prendiamo dal quotidiano», dichiara il regista, ma certo non siamo di fronte a un “documentario”. E comunque, se di film di denuncia si tratta, il piano espressivo ha l’aria di dominare pesantemente su quello del contenuto. D’altra parte, l’inevitabilità della “posizione” di un film, come di qualsiasi opera comunicativa – e possiamo dire addirittura dell’ingegno umano -, sta nella stessa condizione teorica del comunicare. Certo, le istanze da “padre di famiglia” del capitano Nascimento (Moura), la cui moglie è prossima a partorire e lo spinge verso un disimpegno dalla frenetica e rischiosa attività del Battaglione, non bilanciano credibilmente gli impulsi al comando e all’azione, che in alcuni momenti sforano, per l’eccesso, rispetto a qualsiasi precedente del genere “uomini duri”, “giustizieri”, “servitori della patria”, ecc. Nascimento, è vero, ha un problema privato da risolvere: per sfilarsi dalla prima linea, sente il dovere di trovare il proprio sostituto. Ed è vero che, a fronte delle pressioni della moglie, il compito di garantire l’ordine in concomitanza della visita di Giovanni Paolo II (siamo nel 1997), slitta in secondo piano – mentre invece sale allo stomaco lo stress degli scontri quotidiani, mitra e pistole alla mano. Ma c’è, ed è chiarissima, la priorità assoluta dello “spirito” del Battaglione speciale, il “Bope”. La sua “morale” conquista i nuovi, disposti a lottare duramente per entrarvi a far parte. La selezione è estrema nelle sue forme, ridicola se vista dall’esterno, ma dentro il sistema, ha una logica che finisce per imporsi, per attrarre anche chi sarebbe restio, come Matias (Ramiro), il quale rinuncia all’Università per restare in divisa, in quella divisa. Esagerazioni? Una cosa è sicura, durante l'”addestramento” degli attori, si sono visti Junqueira e Ramiro mangiare erba e fango misti al cibo. Lo racconta Moura, che ha vestito i panni del capitano.

Franco Pecori

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6 giugno 2008