La complessità del senso
20 11 2017

Sidney Pollack, autore nascosto nel grande cinema

cinema_pollack.jpg Sidney Pollack è uno dei maggiori e più nitidi esempi di cinema d’autore nascosto nella grande macchina del cinema di genere. Pollack conosceva il mestiere nei suoi punti cardine rispetto alle esigenze primarie della produzione hollywoodiana: la professione di attore e di regista erano intimamente lagate in lui da una consapevolezza complessiva circa il lavoro del cinema e la sua efficacia in termini di risultato, di consenso del pubblico. Nei punti fondamentali della carriera, Pollack ha operato proprio quando – siamo tra la fine degli anni ’60 e la metà dei ’70 – i settori più reattivi del cinema americano hanno mostrato di avere maggiore sensibilità verso un certo cambiamento nei rapporti interni al lavoro stesso. Ci riferiamo alla nuova articolazione nell’interscambio tra i momenti progettuali (soggetto e sceneggiatura soprattutto) del film e i momenti realizzativi (riprese, interpretazione, montaggio). Una figura per tutte, Robert Redford, attore di una “serie” che da sola potrebbe dimostrare il senso del cinema di Pollack: Come eravamo, cinema_comeeravamo.jpgI tre giorni del condor, Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Il cavaliere elettrico, La mia africa. Non c’è bisogno di riandare a Rodolfo Valentino per notare lo stacco segnato da Redford e un po’ da tutta la sua generazione (si pensi, tra le attrici, a Jane Fonda, da Barbarella in poi) rispetto al divismo tradizionale. Il nuovo attore ha ben altra coscienza della sceneggiatura, dei personaggi e dei modelli che va a proporre al pubblico, è consapevole che trasferirà sullo schermo non la propria maschera fissa e immutabile ma una serie di interpretazioni, di visioni del mondo (Tootsie, sguardo fulminante sui risvolti del travestimento e sugli anni ’80). E questo, ovviamente, non sarebbe possibile senza un accordo profondo con il regista, il quale da un certo punto in poi sente di dover essere non più soltanto il bravo esecutore di un copione “di ferro”, ma di poter sostanziare il lavoro con il segno specifico della propria personalità artistica. Certo il cinema europeo, che aveva già espresso le massime valenze rinnovatrici nel decennio precedente (Nouvelle Vague francese e prosecuzione del cinema postbellico italiano) era molto più scopertamente autoriale, avendo esaltato il ruolo centrale della regia (Truffaut, Chabrol, Rohmer, Antonioni, Olmi, Fellini); tuttavia esempi come quello di Pollack stanno ancora a significare la possibilità di “movimento” del regista nel senso della creatività soggettiva (e dunque relativamente libera) all’interno dei generi standardizzati. Non si potrebbe prescindere dai film di Pollack in un esame dell’evoluzione del Western. Una certa aspirazione alla libertà, nel regista di Non si uccidono così anche i cavalli?, è sottolineata dal paradosso del doppio Oscar (film e regia), ottenuto nel 1985 per La mia Africa, non il migliore dei capolavori di Pollack, mentre già nel 1978 Redford aveva fondato il Sundance Film Festival, dedicato al cinema indipendente. Nato a Lafayette (Indiana) l’1 luglio 1934, Sidney Pollack è morto a Los Angeles il 26 maggio 2008.

 

Franco Pecori

 

 

 

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30 maggio 2008