La complessità del senso
16 11 2018

Quella cosa con la quale…

Metodo, non Sistema.
Adesso Clara sembra contenta, quasi soddisfatta.
Possiamo anche muoverci, passeggiare un po’ e andare a cena.

“Curioso, Clara, il mio rapporto con Platone e con la filosofia in generale… ‘Quella cosa con la quale e senza la quale tutto resta tale e quale’: l’ho sentito tante volte lo sfottò, tra i banchi di scuola e poi anche in giro, specie quando i discorsi si sono fatti un po’ complicati e magari anche scomodi. E confesso che ogni volta un certo atteggiamento di sufficienza verso i ragionamenti ha continuato a darmi fastidio, soprattutto perché spesso dalla sufficienza emana un vago sentore di incomprensione profonda e voluta, legata per lo più a mentalità affaristiche, un’incomprensione arrogante, messa avanti a coprire ragioni, sì, ragioni inconfessabili, la più frequente delle quali è la pigrizia che a sua volta copre la volontà più o meno inconscia di non prendersi le proprie responsabilità, anche minime, di ciò che si dice e di ciò che si fa. Fatto sta, Clara, che mi sono spesso dovuto difendere, già durante gli anni che dal liceo mi hanno portato per la Via Olimpica romana del 1960 e per i grattacieli in riva all’Adriatico spuntati di seguito, mi sono difeso dalla colpa di essermi iscritto al corso di laurea in filosofia. Avrei fatto meglio, secondo parenti e amici di parenti, a cercare per me progetti cementizi, o se proprio non avessi potuto fare a meno di un certo grado di cultura, avrei dovuto assicurarmi almeno un futuro da bancario o da avvocato. Medicina no, troppo lunga e difficile.”

La ragazza mi ascolta un po’ meravigliata e un po’ incantata. Si chiede, sembra, come mai io abbia attaccato questa tiritera mentre si aspettava da me impressioni sul suo lavoro appena terminato; ha finito di scrivere la tesi di laurea e mi ha chiesto di scorrerla insieme, tanto per vedere se l’indice abbia la giusta logica. Siamo nelle lettere antiche, parte centrale è una rilettura della Repubblica di Platone, il che mi fa pensare a un’esigenza di raccordo col mondo moderno. Si sente quasi il profumo di un’istanza filosofica, rara da rintracciare nei lavori di stampo filologico. Ci fermiamo a riflettere là dove il filosofo sottolinea alcuni tratti della condizione del tiranno. Dice Socrate: “Anche se a qualcuno non pare, il tiranno è uno schiavo, realmente, è un uomo costretto al più basso servilismo, un adulatore di furfanti”. Non proprio Lettere soltanto, quindi. È vero che un testo non si finisce mai di leggerlo, ma è appunto questa la ragione per cui anche il senso che dalla lettura deriva non finisce di procedere, arrivando fino a noi e pro-ponendosi come prosecuzione di un cammino interessante.

“Certo, Clara, il lavoro di raccordo e comparazione, non solo della scrittura e del suo portato linguistico con la lettura anche soltanto tecnica che a distanza di millenni di quel testo si può dare, bensì con il bagaglio culturale complessivo riguardante un fondamento della vita associata, il lavoro che dalla tua tesi traspare vuole che tu lo presenti non tralasciandone l’implicito valore relazionale e anzi indirizzandolo verso le conseguenze sue proprie, che non possono non essere filosofiche. Cara Clara, ti prenderai la tua responsabilità e costringerai coloro che ti ascol-teranno a riconoscerla, a discuterla con giudizio. Senza aggrap-parsi a un Pensiero bello e fatto, in modo che, al dunque, il discorso non possa restare ‘tale e quale’.”

Guardiamo il mare dai confini incerti, come appare davanti agli scogli artificiali. Gli occhi di Clara si uniscono al filo dell’orizzonte. Una mamma, più in là, coccola il suo neonato, unico prodotto essenziale, si direbbe, per la definizione di un futuro in provincia – non tanto questa provincia, ma quella del Pianeta. Guardiamo un mare chiuso, stretto tra la campagna contadina e avara, discendente dal poeta nostro più grande dopo Dante, e la costa slava, che tende a ridefinirsi in profili più aggressivi e più vaghi insieme, seguendo i tempi del nuovo sguardo mediterraneo, non meno bugiardo di secoli addietro. Solo un gabbiano, poco lontano dalla riva, poggia l’ala sul palo fissato a mo’ di boa. Inutile pensare a un Infinito, se non fosse per il ginocchio di Clara, così lucida la sua luce riflessa, così metaforica, unita allo sguardo che mi ricorda il cinema di Rohmer – Le genou de Claire. “Te lo voglio dire, Clara, ti voglio raccontare della mia difesa dai nemici della filosofia.”

La ragazza ha smesso di pensare alla sua tesi.

“È un racconto drammatico?” mi domanda con un sorriso invitante.

“Non temere,” le rispondo serio, “la scena, se mi segui, sarà anche divertente. Per cominciare, filosofia o non filosofia, il ‘tutto resta tale e quale’ è una balla che non ha bisogno di grandi dimostrazioni. Può essere un’immagine accattivante, un’aspirazione verso l’eternità o l’ansia di bloccare un momento che ci piace, o una giustificazione (alibi se vuoi) per dire che nulla cambia qualsiasi male si faccia. E però è possibile anche l’inverso, per il Paradiso, per non credere nel Paradiso e spavaldi assegnarsi un Inferno che non vale niente. Solo che l’azzeramento del valore è un mito improduttivo, per la semplice ragione che un contesto, uno qualsiasi, senza posizioni identificabili non è distinguibile come contesto. E se nessun punto vale, diviene impossibile parlarne.”

Clara si è distratta. Sorride maliziosa, ora, e mi fulmina: “Ma tu sei buono?”

Non era la prima volta che, a fronte della questione teo-retica, mi si ponesse il problema morale. Mi balena davanti agli occhi l’immagine grottesca del professore di latino, terza liceo, felice e sobbalzante, scarpe in mano transeunte verso lo sciabordio notturno di Ostia Lido, festeggiando la fine del triennio con la classe intera, con la classe ma soprattutto con Ornella e le altre che gli avevano dato sempre spago. Roberto si chiama l’esempio e vorrei che non mi riguardasse.

“Sono buono? Ma che c’entra, non siamo nel Medioevo. Intendo dire, Clara, che tutta una roba che hanno chiamato filosofia nei secoli altro non era che un predicozzo abbozzato alla meglio, giustificativo dei mali passati e futuri, anche dei nostri, di noi che siamo qui ora davanti al mare. È stata una perdita di tempo e l’unico rischio che si corre a parlarne così è di restare ancora una volta nella Morale. E allora va bene, sarò cattivo con te, a patto che tu mi segua con indulgenza.” Quasi la sto facendo piangere, mi dispiace. Tira un po’ di vento da sud che le solleva l’orlo di cotone albicocca, ma devo dirle che siamo esseri pensanti, sicché della filosofia non possiamo fare a meno. “Sì, siamo esseri pensanti,” cerco di non alzare il tono, mi esce quasi un sospiro. Non sembra particolarmente scossa e anzi si accosta a me come per volermi assicurare d’aver ben compreso i miei intenti.

Clara è buona. Devo dirle però che siamo anche esseri senza Pensiero, è questa la filosofia di cui di non riusciremo a liberarci. Intelligente e delicata come in quel film francese, Clara piega il ginocchio verso il sole calante e osserva con meraviglia che, allora, non è una banalità, non poteva esserlo. “Se il Pensiero non c’è, il nostro pensare non è scontato,” dice. L’abbraccerei: non è scontato è dire poco, gli è che siamo esseri storici, incapaci del Nulla. “Non appena individuiamo una cosa la trasformiamo in oggetto culturale”.

“Anche la Luna che sta rivelandosi laggiù, bassa, come un velo rotondo?”

“L’hai appena fotografata,” le faccio notare con un cenno allusivo, “e non c’era nemmeno bisogno che lo dicessi, lo avresti comunque detto ‘dentro di te’, traducendo in una o più parole da te conosciute, o anche inventandone una per l’occsione, la percezione e il sentimento Luna così come ce lo siamo raccontato tra noi esseri storici. Clara, ti viene un dubbio?”

Qualcosa del mio discorso non le funziona. Gentile, mi chiederebbe scusa.

“E se fossi da sola al mondo, che essere storico sarei?”

La risposta non mi viene immediata, la domanda è impertinente, l’immagine dolce del velo lunare si perde nel chiarore residuo del giorno lasciando cadere su di noi una goccia di pensiero acido. Un uomo vero avrebbe un gesto di ribellione, ma è l’argomento ciò che mi interessa di più e continuo ad ammirarla.

“Clara, dovresti parlare con te stessa, dovresti magari parlare senza voce, trovando un modo di non-pronuncia delle parole, ma non potresti restare in silenzio. Non siamo mai in silenzio, Clara, poiché non siamo mai senza contesto. Non è necessaria una folla per avere un contesto. Gli oggetti sono oggetti/parole, hanno un valore relativo al contesto. Per dare a ciò che diciamo/pensiamo un valore più valido di questo dovremmo entrare nell’Assoluto, la nostra parola dovrebbe derivare non da un’altra parola o da una catena di altre parole bensì dalla Parola.”

“Le parole e la Parola… mi stai dicendo,” insinua Clara, “che la Parola non può parlare?” Oh, quando la bellezza profumata di una ragazza appare al filosofo come un miracolo d’intuizione, il rischio è che scocchi la scintilla che nei secoli ha impegnato i poeti nell’impossibile impresa di cogliere la metafora per ciò che realmente è. Clara, chiedimi tutto!

“In effetti pensavo”, fa lei guardando lontano, “se la Parola esistesse, come farebbe a parlare senza farsi parola?” Resto fermo un momento, nella speranza di non deviare il discorso verso un’astrazione troppo contrastante con il respiro del duplice gioco di sole e luna che si fanno la mira. Ma l’occasione non va persa, parole e Parola tracciano la storia dell’umanità con la concretezza estetica della fiaba, l’unica concretezza possibile che sia anche tanto ricca di senso da attraversare i millenni.

“Qualcuno, mia cara Clara, un bel giorno dev’essersi accorto dell’importanza della Parola, ossia di quanto fosse importante per lui che la Parola non parlasse, che restasse Parola senza farsi parola. ‘Sarò io a farmene interprete,’ pensò il furbo, ‘dirò di avere doti misteriose attinte al di fuori di me, dirò che la mia parola è la Parola.’ Sulle prime l’idea parve sensata, ma poi dovendo la Parola parlare alla gente – infatti parola che non parla non è parola – accadde che non poté non passare, per così dire, di bocca in bocca, perse la maiuscola, divenne parola di tutti. E tutti furono parole. Immerso nella Storia, il furbo vide in pericolo la propria dignità e tentò di recuperarla cercando ancora il contatto con la Parola, dandone poi conto: per darsi Valore, non poteva fare altro che raccontarsi. Ma di nuovo, nel racconto siamo tutti parola, non siamo altro se non al prezzo di uscire da noi stessi.”

“Come sarebbe: uscire da noi stessi?” La voce è graziosa, ma la domanda di Clara segna l’istanza di una ribellione verso la regola consolidata. La ragazza, pur conservando la sua bellezza quasi di venere avatarica, si difende dal filosofo invadente. C’era da aspettarselo. Le parole, storicamente, hanno mostrato il bisogno di ancorarsi a un Valore, è l’istinto di restare in noi, comprensibilissimo. Sennonché il valore delle parole non può che essere nei pensieri. E quali pensieri?

Adesso Clara mi guarda arresa, ha paura che la sua domanda possa aver procurato una risposta dalle conseguenze irrimediabili. “Infatti, per non uscire da se stesso il furbo ha sistemato i pensieri in un Sistema che li regoli tutti. Dopo di che, cara Clara, ti sarà difficile indagare, pensare, rimanendo nel sistema Pensiero. L’indagine richiede di uscire dal Sistema, il Sistema, in quanto compiuto, non può indagare se stesso. L’indagine è metodica, è il gioco del chi, del come, del perché, giocato con chiunque voglia scambiare parole con noi. Domandiamo all’altro che cosa intenda dire, la catena delle domande e delle risposte produrrà una successione di spostamenti del senso. Il gioco potrà sembrarci inutile – e lo sarà rispetto al Sistema – finché proprio tutta la sua inarrestabile inutilità si rivelerà a fronte della domanda: Chi lo dice? Dovremo riconoscerci esseri pensanti senza Pensiero. Altrimenti, Clara, diamo una festa e invitiamo chiunque possa venire accompagnato dal Pensiero stesso. Potrà presentarcelo.”

Può darsi che sia io a non sapere di Filosofia (Parola), ma penso che la filosofia (parola) non sia altro che porre domande in una catena infinita. Metodo, non Sistema. Adesso Clara sembra contenta, quasi soddisfatta. Possiamo anche muoverci, passeggiare un po’ e andare a cena.

 


Franco Pecori, I nemici della filosofia, in Dicevamo cioè, Ricognizioni tra narrare e comprendereilmiolibro.it, 2013


 

 

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10 gennaio 2017