La complessità del senso
23 09 2017

Sangue pazzo

film_sanguepazzo.jpgSangue pazzo
Marco Tullio Giordana, 2008
Luca Zingaretti, Monica Bellucci, Alessio Boni, Maurizio Donadoni, Giovanni Visentin, Luigi Diberti, Paolo Bonanni, Mattia Sbragia, Alessandro Di Natale, Tresy Taddei, Sonia Bergamasco, Luigi Lo Cascio, Marco Paolini, Giberto Arrivabene.
Cannes 2008, proiezione speciale.

Pensava di fare finalmente il film che non gli era mai riuscito di fare, Sanguepazzo, ma il sogno restò tale. Nato a Costantinopoli, nel 1906, da un commerciante palermitano e da una ricca libanese, il tenente della Decima Mas Osvaldo Valenti fu “giustiziato” a Milano dai partigiani, all’alba del 30 aprile 1945, cinque giorni dopo la Liberazione, insieme alla sua amante, Luisa Ferida. Era stato un attore famoso negli anni del fascismo, scelto da registi come Bonnard, Palermi, Blasetti, Gallone, Mattoli, Chiarini. Aveva condotto una vita dissoluta, da giocatore cocainomane e morfinomane. Aveva aderito alla Repubblica di Salò. La Ferida ne aveva condiviso da attrice diva la fama e da donna “perversa” le sorti private. Giordana, a 5 anni dal premio ottenuto a Cannes per La meglio gioventù (sezione Un certain regard), continua a “indagare” diversi aspetti della nostra realtà storica e si presenta per la terza volta sulla Costa Azzurra (nel 2005, Quando sei nato non puoi più nasconderti). Il carattere di indagine/denuncia, andato progressivamente attenuandosi dopo I cento passi (2000), in quest’ultimo lavoro ha lasciato il posto ad una specie di imbarazzo compromissorio, che spalma sui personaggi come un velo di turbamento ideologico, annacquandone la forza espressiva e confondendone le motivazioni. La complessità situazionale (il momento di trapasso dal fascismo alla Liberazione) non riesce ad entrare nel film e vale solo per chi già la conosce. Sicché i due protagonisti risultano prigionieri di un ruolo imposto, che non prende corpo. La Bellucci attenua i toni del divismo e della sregolatezza fino ad azzerarsi in un sussurro persino sbrigativo. Zingaretti si salva “di mestiere” da un impaccio esterno alla sua bravura di attore. E la regìa di Giordana si dilunga in estenuati prolungamenti dei tempi nel vano tentativo di costruire una metafora. Non basta l’amara ironia finale di Lo Cascio («Abbiamo fatto giustizia»), il partigiano che ha eseguito gli ordini ed ha posto il cartello «giustiziati» accanto ai corpi di Valenti e Ferida crivellati di colpi, non basta a recuperare il senso, né della tragica fine di una coppia di divi “pazzi” espressione di un’era, né dello spettacolo misero di un’era che se ne va.

Franco Pecori

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23 maggio 2008