La complessità del senso
22 11 2017

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo

film_indianajoneseilregno.jpgIndiana Jones and the Kingdom of the Crystal
Steven Spielberg, 2008
Harrison Ford, Cate Blanchett, Shia LaNaBeouf, John Hurt, Ray Winstone, Jim Broadbent, Joel Stoffer.
Cannes 2008, fuori concorso.

E vissero felici e contenti. Lo avreste mai detto? L’archeologo con la frusta e col cappellaccio (Ford) si pente di aver abbandonato Marion (Allen), la ragazza del suo cuore – insomma, ne ha avute tante… – e quando la incontra di nuovo, casualmente nel bel mezzo dell’avventura, non se la lascia sfuggire e la porta all’altare. Sì, proprio in abito bianco e alla presenza di Mutt (La Beouf), una specie di Elvis/Marlon che fa il fanatico col coltello e col pettine ma è un bravo ragazzo e se la cava bene nelle difficoltà accanto a Indy. Non per niente il Prof. Jones scopre che si tratta di suo figlio. Con l’età (a 27 anni da I predatori dell’arca perduta), lo sguardo dell’eroe arguto e prestante s’è alquanto addolcito, la cosa che gli interessa di più, ormai, sembra essere una famiglia. Ma il fascino del personaggio non accenna a calare. Con l’aiuto del digitale si mantiene in perfetta forma, è soltanto un po’ intenerito: quasi si commuove davanti alla foto di 007/Connery, il suo caro papà. Per il resto, humor a volontà e grande presenza di spirito nelle situazioni estreme. Mai un momento di dubbio sulla possibilità che riesca a farcela. La sua “finzione” si direbbe che sfonda il muro della “verità”. Al confronto, i soldati e gli agenti sovietici, che per certe ragioni che non faticherete a scoprire gli danno la caccia, vivono in una Serie B sin troppo dichiarata. Specie all’inizio, quando il contrasto con l’energica Irina Spalko (Blanchett) sembra essere la chiave del film, la cifra parodistica rischia addirittura di risultare fastidiosa. Meno male che, poi, la magia del Teschio “extraterrestre” sale in primo piano. Straordinaria la capacità di mettere nella stessa pentola una quantità inverosimile di ingredienti, tale da costruire tutto un mondo fittizio e “parallelo”, capace di calamitare l’immaginario e catapultarlo attraverso i secoli senza nemmeno darlo a vedere. Spielberg (e i suoi “compari” George Lucas e Philip Kaufman, che gli forniscono la storia) continua a coltivare il gusto per i giocattoloni artigianali, che parlano un linguaggio tecnicamente avanzato quanto tradizionale nei valori nascosti. In questo senso il “cristallo” del film è un’invenzione capolavoro. Si parte dall’archeologia, si va nel Perù dei Maya, si toccano le “pietre” di una civiltà misteriosa e si sbuca in un  finale “marziano”, con tanto di disco volante che prende il volo, promettendo sfacciatamente un seguito del quale non si potrà fare a meno.

Franco Pecori

 

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23 maggio 2008